Direzione didattica di Pavone Canavese

12.01.01

La pedagogia della libertà
(in ricordo dello "Spock italiano")

 

Si è spento, a 78 anni, l’uomo che il Corriere della sera (9 gennaio 2000 pag. 35) ha definito "lo Spock italiano".
Marcello Bernardi*, pediatra di professione ma pedagogista per passione, è stato per decenni il referente italiano di quella pedagogia radicale rappresentata negli USA da Ivan Illich e da Paulo Freire – mentre, storicamente, lo è stata da Godwin in Inghilterra, Leone Tolstoj in Russia e da Francisco Ferrer in Spagna – ed esplicitato nel celeberrimo motto di Illich: "descolarizzare la società".

Tesi, quest’ultima, ripetuta anche nell’ultimo libro di Bernardi - uscito a novembre del ’99 "L’infanzia tra due mondi" (Fabbri editore) - in cui non si fa mistero di condannare l’appiattimento e la distruzione dell’orgoglio infantile che l’educazione e la scuola compiono.

Bernardi contesta, da sempre, il concetto di educazione comunemente inteso come complesso di operazioni dirette a fornire al bambino tutte le informazioni e le norme che lo rendano adatto a vivere secondo i suggerimenti e le esigenze della società in cui il minore è inserito.

Egli ritiene che, scopo dell’educazione – e dunque della scuola – non sia quello di far evolvere un individuo verso la propria realizzazione al fine di renderlo felice ma far sì che l’individuo si adatti a quel tanto di infelicità che gli è imposto da un sistema dato e considerato immutabile. In altri termini, come direbbe Marcuse, l’educazione tende a fare in modo che l’uomo viva liberamente la propria mancanza di libertà.

Ne consegue che il cittadino bene educato non è colui che cerca di rendere felice la propria ed altrui esistenza e che lotta a questo scopo anche contro la situazione esistente, ma bensì colui che si è bene adattato al sistema dominante, che lo accetta e che, per sua scelta, vi partecipa, evitando i conflitti con l’ambiente in cui vive e i problemi collegati alle manifestazioni di dissenso.

La finalità della scuola, in questo contesto, è quella di perpetuare – senza traumi – la società esistente perché, come scrive Illich :" […] La scuola qualifica e, per ciò stesso, squalifica, ma in più convince il non qualificato ad accettare di essere un sottoposto, poiché la patente di adulto, di persona matura, nella società odierna è concessa in rapporto al livello di studi raggiunto […] ( cfr. Ivan Illich Inutilità della scuola su Rovesciare le istituzioni Armando editore pag. 143). Estremizzando tale ragionamento Illich conclude che: "[…] non vi è alcuna ragione per continuare nella tradizione medioevale secondo la quale gli uomini sono preparati all’ingresso nel mondo mediante la segregazione all’interno di sacri recinti, siano essi un monastero, una sinagoga o una scuola" […].

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Un esempio per illustrare come sia possibile - attraverso la trasmissione del sapere - arrivare sia alla subordinazione sia alla libertà dell’individuo è la tecnica usata da Francisco Ferrer – indimenticato animatore della Escuela Moderna (1890/1909) in cui non esistevano punizioni né ricompense ma solo gratificazioni e momenti ludici – per insegnare l’aritmetica. Il fine è di rappresentare l’aritmetica attraverso esempi che trattino l’equa distribuzione della produzione, dei mezzi di comunicazione, dei trasporti, i vantaggi della meccanizzazione e dei lavori pubblici. Per questo motivo – scrive il Ferrer - se la materia è rappresentata come uno strumento per creare una più giusta organizzazione economica, è una conoscenza che gli individui possono utilizzare per emanciparsi. Se l’aritmetica, invece, viene insegnata tradizionalmente, nell’ottica del sistema sociale esistente, diventa un metodo attraverso il quale gli individui sono indottrinati al sistema. (F. Ferrer Origini e ideali della scuola moderna).

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Se il pensiero pedagogico radicale – rappresentato in Italia da Marcello Bernardi - individua nella scuola il meccanismo selettivo di esclusione degli studenti meno abbienti dall’elite dominante, la pedagogia moderna ha rovesciato tale assioma scaricando sugli insegnanti colpe e responsabilità. Negli ultimi tempi, infatti, la causa dell’insuccesso scolastico - e della conseguente insoddisfazione giovanile - non è più ascrivibile agli alunni bensì agli insegnanti "incapaci ed impreparati".

Come ci hanno ribadito, più volte, politici, opinionisti ed intellettuali vari. Lo scopo è lo stesso – fornire una giustificazione del mancato inserimento giovanile nella società – ma si fornisce, però, una spiegazione sociologica meno alienante e – cosa ancor più importante – un colpevole. Da condannare e criminalizzare. Naturalmente – si fa notare da più parti – non tutti gli insegnanti sono uguali. Ve ne sono di ottimi (pochini in verità), di "traviati" (dalle cattive frequentazioni) e di tanti, tantissimi "incompetenti". Da qui l’ineluttabilità di stabilire un meccanismo selettivo di carriera e di gratificazione stipendiale. Il merito, appunto.

Paradossalmente, però, le iniziative riformatrici invece di agevolare ed esaltare il processo di relazioni umane che sono alla base del successo formativo vanno nella direzione opposta:

Per quanto riguarda l’informatica - unica novità dei programmi ministeriali – si potrebbe aggiungere – parafrasando F. Ferrer – che, se utilizzata senza mitologia e come strumento didattico di supporto, può essere un mezzo eccellente di comunicazione/trasmissione del sapere. Se invece, è intesa come fine a se stessa – e cioè nel senso auspicato dalla Confindustria che considera il computer, e le tecnologie ad esso connesso, uno "strumento di lavoro" indispensabile nella new economy – allora è indubbio che l’insegnamento di questa disciplina si pone nell’ottica del perpetuamento del potere aspramente stigmatizzato dalla pedagogia radicale.

E all’educazione di individui "funzionali" al sistema.

Sia ben chiaro. Non vi è nulla di illecito o di sconveniente in questa impostazione metodologica condivisa da larghi settori politici, sindacali ed imprenditoriali.

Essa, semplicemente, non è nuova e rappresenta la logica conseguenza della politica della concertazione in cui tutti decidono su tutto in un caleidoscopio in cui scompaiono differenze, ruoli, attribuzioni e responsabilità.

Altra cosa, però, è l’educazione libertaria auspicata da Marcello Bernardi.

Essa comprende quell’insieme di atteggiamenti e di comportamenti che aiutano un individuo ad essere se stesso, a realizzare pienamente la propria personalità, a progredire secondo le proprie linee evolutive. Il processo educativo è, dunque, fondato essenzialmente sui rapporti interpersonali, delicati e difficili, non inquadrabili in uno schema di prescrizioni, di regolamenti, di orari.

In questo contesto è facile inquadrare la figura dell’educatore.

Poiché – come direbbe Bernardi – l’educazione è un rapporto - e non un’azione esercitata da una persona su un’altra – l’educatore è anche educando. Il rapporto interpersonale crea di per sé una reciprocità perciò –per quanto paradossale possa sembrare – l’educatore viene, a sua volta, educato.

L’educatore come parte "attiva" e l’educando come parte "passiva" sono incompatibili con l’educazione poiché chi ritiene di poter influenzare lo sviluppo di un’altra persona senza esserne influenzato è un prepotente. Non un educatore.

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In che modo la riforma dei cicli – con il vorticoso "valzer" di docenti ipotizzato dal modulo 2+3+2 – intenda salvaguardare questo rapporto relazionale con l’infanzia già compromesso dal sistema modulare attualmente in vigore è un mistero. Così come un misteriose restano le modalità di "coabitazione" tra maestri e professori – con formazione e metodologie didattiche diverse - nel triennio centrale della scuola di base.

Se non ci fosse di mezzo il futuro dei nostri figli e delle generazioni future si potrebbe anche scherzare affermando che si tratta di un mistero…buffo.

* Le opere e le idee di Marcello Bernardi – su cui si può convenire o meno – hanno costituito una vera e propria rivoluzione copernicana dal punto di vista pedagogico poiché – come scrive Serena Zoli sul Corriere già citato – il primo libro scritto da Bernardi (1972) è, ancora oggi, una vera e propria "Bibbia della prima infanzia".

Allego, per chi fosse interessato a saperne di più, la bibliografia.

Grazia Perrone

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