Direzione didattica di Pavone Canavese

L'educazione interculturale nell'anno del POF.....

[educazione interculturale] [glossario] [home page]

 

(05.01.2002)

Togliere o aggiungere?
Una riflessione di filosofia dell’educazione

Sommario

Premessa
Società multicuturale ed angoscia d’identità
Identità irriducibili
Togliere?
…o aggiungere?
Meglio abbondare
E non tacere le dimensioni economiche

0. Premessa

Alcuni recenti fatti di cronaca, "opportunamente enfatizzatti (!!??)" da stampa e televisione, hanno sottolineato una delle più significative problematiche dell’educazione interculturale in Italia.

Non intendo soffermarmi sui singoli fatti (si va dalla chiusura delle scuole per l’inizio del Ramadan, alla polemica sul crocefisso, all’accusa di islamizzazione strisciante in alcune zone dell’Appennino emiliano..) e nemmeno fermarmi al livello giuridico – istituzionale connesso con ognuna delle questioni citate (l’ho già fatto, su questo sito, proprio in riferimento al caso della chiusura per l’inizio del Ramadan). Intendo invece cercare di cogliere una dimensione più profonda. Di filosofia dell’educazione, se mi si passa la pretesa.

Proviamo allora a enucleare i tasselli del ragionamento.

 

1.Società multicuturale ed angoscia d’identità

Che viviamo in una società multicultulturale non necessita, credo, di particolari dimostrazioni. C’è tuttavia un elemento che troppo spesso viene lasciato in ombra anche da chi si reputa "interculturale". La società plurale e multiculturale non è infatti di per se stessa una società esente da conflittualità e così, giustamente, molti sottolineano la necessità di inserire, tra le dimensioni dell’educazione interculturale, proprio l’educazione al riconoscimento ed alla gestione nonviolenta dei conflitti. Ma anche questo, a mio parere, non esaurisce la questione. Nella descrizione della società multiculturale raramente ci si sofferma sul vissuto psicologico che riguarda gli autoctoni e che potremmo definire, sommariamente, con il termine di "angoscia di identità".

Di che cosa si tratta?

Provo a descrivere il tutto con un esempio che mi riguarda personalmente (…anche la rubrica interculturale di pavonerisorse è attraversata da venature "narratologiche"..).

In questi ultimi anni vi è stato un significativo uso (a mio parere abuso) della dizione "civiltà cristiana". La cosa mi infastidisce e mi turba su due diversi versanti:

  1. sul versante della mia appartenenza alla comunità cristiana: mi turba un po’, infatti, che persone e/o gruppi che nulla hanno a che fare con la cristianità intesa come fede religiosa e comunità di credenti si ergano a difensori della cristianità utilizzando il concetto di "civiltà cristiana" come sinonimo di "civiltà occidentale", intesa spesso come civiltà superiore. Detto in altri termini: la cristianità non si identifica con l’occidente. Se così fosse tutta l’attività cosiddetta missionaria dovrebbe coincidere con l’occidentalizzazione della persona che si converte al cristianesimo. Che ciò sia successo per secoli è vero, ma che questa modalità sia superata è cosa fuor di dubbio nel mondo cristiano. Nessun missionario sostiene più l’antico adagio che ha guidato intere stagioni della vita della chiesa nella sua missio ad gentes: evangelizzare per civilizzare, civilizzare per evangelizzare.
  2. sul versante della laicità: mi lascia perplesso l’uso di parametri religiosi (fosse anche solo a livello semantico) per descrivere una società. Così facendo si rischia di cadere proprio in quella posizione che si contesta ad altri e che si chiama, occorre pur dirlo, fondamentalismo. In questo caso ciò che viene messo in crisi è il principio di laicità secondo cui l’appartenenza religiosa non può in alcun modo interferire a livello di "cittadinanza" e di diritti. Il che non significa, sia chiaro, che la "polis" si definisca agnostica. Al contrario: il fatto di non avere una religione di stato non implica il rifiuto delle religioni quanto piuttosto l’apertura massima nei confronti di ogni cittadino, di ogni uomo e donna nella loro integralità. E quindi anche nella loro dimensione religiosa. Su questo rimando ai programmi per la scuola elementare del 1985: un testo troppo spesso dimenticato. E’ anche chiaro che questo ragionamento non ha nulla a che vedere con il fatto che il cristianesimo sia uno degli elementi cardine, dal punto di vista storico, della nostra società.

Confondere, fino a far diventare sinonimi, i termini società occidentale e cristianità può solo portare a gravi fraintendimenti. I primi a rigettare tale confusione sono (o almeno dovrebbero essere) proprio i cristiani. Se infatti il cristianesimo risulta strutturalmente legato ad una cultura non si vede come sia possibile sostenere la sua cattolicità, il suo essere cioè universale. Il suo interrogare tutte le culture e tutti gli uomini.

Ma allora, ecco la domanda, perché questo continuo riferimento alla "società cristiana" da difendere da non si sa quali nemici?

La riposta, a mio parere, sta nella crisi di identità, nell’angoscia successiva alla presa d’atto di vivere in una società multiculturale. Il campanile della propria chiesa (quei bei campanili che svettano agili verso il cielo nel mio lontano nord-est) diventa il simulacro della propria identità in crisi ed in cerca di riparo. La relazione con l’alterità ci ha costretti a chiederci: "ma noi chi siamo?" La risposta spesso – troppo spesso - è stata: "boh? Non lo sappiamo". Ma siccome senza identità non si può vivere ecco allora la corsa verso il primo simbolo utilizzabile. Il campanile, le tradizioni più o meno folkloriche ad esso connesse, la croce come ancora di salvezza, come caldo nido in cui ritrovarsi. La croce e la chiesa come simbolo di appartenenza ad un mondo, non ad una esperienza di fede. Un po’ come andare a messa di mezzanotte a Natale: fa paese, è tradizione, ci si ritrova tutti, si fa una esperienza di coesione di gruppo…. ma non è detto che ciò implichi reale adesione alla parola evangelica.  

2. Identità irriducibili

Il rischio è allora quello di immettere nel vissuto sociale un conflitto fra identità non riducibili. Per identità non riducibili si intende quella identità, o parte di identità, che non può essere sottoposta a mediazioni, a patteggiamenti, a scambi o baratti. Il conflitto fra identità irriducibili corre sempre il rischio di essere duro, radicale, totale e totalizzante. Quasi sempre violento.

Tuttavia occorre anche chiedersi che ognuno di noi sia (o possieda) solo una identità irriducibile o piuttosto la sua identità non sia composita, ampia, mutevole. La pretesa che la propria identità sia cristallizzata, formalizzata una volta per sempre, è una pretesa assurda. Mitologica. Ognuno di noi cambia continuamente, evolve, "emigra" a seconda dei contesti, dei mutamenti sociali, delle proprie esperienze e dei propri vissuti.

Riconoscere dentro di sé una pluralità di punti di vista, di dimensioni, di modi di essere significa rendersi disponibili alla relazione aperta con gli altri evitando il rischio dello scontro di "civiltà" che nasce quando le identità si arroccano nella sola dimensione della propria irriducibilità.

3. Togliere?

Un altro rischio va tuttavia evitato. Possiamo chiamarlo rischio della sterilizzazione. Mi spiego. A volte mi pare di leggere, nelle persone con cui discuto di intercultura, la pretesa di instaurare rapporti interculturali a partire da un grado zero di realtà nel quale presentarsi in maniera neutra. Si tratta di una grave confusione: laicità non ha nulla a che fare la con pretesa (impossibile da realizzarsi) di spogliarsi totalmente della propria identità al fine di poter incontrare l’alterità. Al di là del fatto che non è possibile spogliarsi della propria cultura, è ovvio che quando si dice inter-cultura si dice proprio relazione tra culture. Ma queste culture devono esserci! Mi pare scorretto (oltre che impossibile, ripeto) pensare di doversi "spogliare" di sé per poter incontrare gli altri. Se mi spoglio di me, della mia cultura, della mia ricchezza, nemmeno esisto più! E se non esisto non posso certo incontrare qualcuno. Il che non significa, sia chiaro, che tenderò ad imporre la mia identità agli altri. No, molto più semplicemente prendo atto che io sono quel che sono senza la pretesa di universalizzare il mio modo di essere, ma anche senza pretendere di annullarlo.

Senza voler entrare nella complessa vicenda del crocefisso tolto dalla classe in Liguria, possiamo tuttavia dire che, in quella occasione, si è pensato – certo a fin di bene – di costruire un territorio neutro al fine di favorire l’incontro. Se quanto ho argomentato sin qui ha una qualche plausibilità, la scelta di togliere il crocefisso non ha senso. Ma non per il fatto che il crocefisso rappresenti la "civiltà cristiana-occidentale" da difendere nei confronti di improbabili invasori, quanto piuttosto perché il crocefisso rappresenta una delle molte identità religiose che nella realtà concreta e storica della vita sociale esistono e si confrontano ogni giorno.

Perché invece che togliere non si è scelto di "aggiungere"?

4. …o aggiungere?

Aggiungere cosa, si dirà. Aggiungere altri simboli significativi della esperienza religiosa vissuta in quella classe. Aggiungere Buddha se vi sono bambini buddisti. Aggiungere un simbolo musulmano se vi sono bambini musulmani. Non per fare del sincretismo new age (altra forma di sterilizzazione della realtà) quanto piuttosto per evidenziare che vi sono molte e diverse appartenenze religiose e che le persone che hanno diversi riferimenti religiosi possono benissimo convivere assieme, lavorare assieme, giocare assieme, studiare assieme. Costruire assieme una società dove regole condivise rendano possibile ad ognuno realizzare il proprio vissuto di fede senza ledere l’eguale diritto altrui ad avere altre fede o nessuna fede.

Pensare di fare intercultura "togliendo", azzerando, ricercando una impossibile neutralità è completamente sbagliato. Si tratta invece di prendere consapevolezza di sé, della propria ricchezza culturale, ma nel contempo anche della "relatività" e "non esaustività" della stessa.

Provo a fare un altro esempio. Giorni fa si è tenuta in una città del nord Italia una manifestazione cultural-gastronomica titolata più o meno così: "Polenta si – cous cous no".

Che dire? La cosa che non si capisce è perché si scelga l’"aut-aut" piuttosto che l’"et-et".

Perché dire "polenta o cous cous"? Perché mettere questi due cibi l’uno contro l’altro come identità irriducibili? E se a uno piacesse sia la polenta che il cous cous (è il mio caso…devo ammetterlo)? O, al contrario, se a qualcuno non piacesse né la polenta né il cous cous? Come chiamiamo questi due? E’ forse vietato apprezzare o non apprezzare tutte e due questi cibi?.

L’esempio sembrerà banale ma, a ben rifletterci, si tratta di una grande lezione interculturale. Ognuno dei molti lettori della rubrica può autonomamente provare a svolgere l’argomento cercando, ad esempio, di definire le diverse tipologie culturali (ma anche di cittadinanza) derivanti dai molti possibili incroci. Ovvero tra chi dice:

Polenta si – cous cous no
Cous cous si - polenta no 
Né polenta – né cous cous
Sia polenta che cous cous

5. Meglio abbondare…

Immaginate di essere un variegato gruppo di amici che vanno a cena assieme: quale delle 4 trattorie preferite? Non voglio eccedere in teoria dei giochi ma la trattoria più logica e razionale, quella che rende possibile ad ognuno mangiare quello che più desidera ed apprezza senza con questo obbligare gli altri a fare come lui, è la trattoria "sia polenta che cous cous". Ovvero quella dove c’è maggiore possibilità di scelta, quella dove ognuno può trovarsi a proprio agio, esprimere se stesso senza ledere gli altri. Quella, anche, che permette, a chi lo desiderasse, di provare sapori altri che forse, sino a pochi minuti prima, riteneva non apprezzabili. Potrebbe così succedere che chi viene dalla polenta inizia ad apprezzare il cous cous, e chi invece sino ad ora non conosceva la polenta inizia a gustarla.

Insomma: l’intercultura si fa dove c’è ricchezza di storia, di esperienze, di possibilità di scelta, di sperimentazione, di "migrazione". Dove c’è una tavola riccamente imbandita, non dove c’è solo una pietanza (che magari non piace neppure a chi la propone…).

Andrebbe qui inserita anche una ulteriore variabile. La accenno soltanto per evidenziare la complessità insita nell’esempio della polenta. In due parole: il ragionamento sin qui fatto vale anche per i panini di Mc Donald’s?. Ricordando che qui stiamo facendo un ragionamento in chiave culturale e che quindi volutamente non teniamo conto di problematiche legate a dimensioni di "giustizia" economica, di sfruttamento del personale dipendente, ecc…ebbene, tutto ciò detto, la mia risposta è si. La cosa vale anche per l’hamburger.

Il problema non sta nel vietare l’hamburger quanto piuttosto nel prendere coscienza che l’hamburger Mc Donald’s – lui si – rischia di "colonizzare-omogeneizzare-unificare-occidentalizzare" il mondo. Ma in linea di principio preferisco una tavola dove ci sia polenta, cous-cous e hamburger piuttosto che una mensa con uno solo di questi cibi.

Per chiudere: la cosa interessante nel conflitto radicale tra polenta e cous cous è il rischio di non vedere l’avanzare di chi elimina tutti e due….Della serie: siamo qui ad inventarci identità folkloriche e non ci accorgiamo che pian piano stiamo diventando dei cloni della cultura di mercato che si esprime nella logica omogeneizzante di Mc Donald’s. Ironia della storia. Astuzia della ragione direbbe Hegel….

 6. E non tacere le dimensioni economiche

Alcuni studiosi sottolineano, nel dibattito interculturale, il rischio di "culturalizzare" troppo la realtà. Il rischio cioè di utilizzare la cultura ed i conflitti fra culture come paravento sotto cui nascondere altre, e spesso più importanti, dimensioni della realtà.

Il rischio cioè di trasformare in conflitto fra identità irriducibili o tra culture quello che è invece un conflitto sulle risorse, un conflitto sulla ricchezza e sulla povertà, sulla possibilità o meno di vita. Un modo comodo, questo, per continuare a giustificare una relazione asimmetrica, una ingiustizia a livello di distribuzione delle risorse.

Detto con una certa brutalità: trasformare il conflitto tra ricchi e poveri in conflitto tra due culture è una mistificazione grave. Eppure così comoda…..

Proprio per evitare un simile rischio la rubrica Educazione Interculturale di PavoneRisorse alterna spesso l’ambito culturale-pedaogico-didattico dell’educazione interculturale con la durezza delle relazioni economiche. Perché questa è la realtà

Aluisi Tosolini

torna indietro