Direzione didattica di Pavone Canavese

diario di scuola home page

27.11.2005

Gli alunni di Don Milani erano mossi dall'invidia ?

Verso la fine dell'anno scorso mi è capitata la possibilità di una lezione un po' strana con una mia quinta: per un caso dell'orario, mi ritrovo un'intera mattina a disposizione – io ho tre ore consecutive e una collega mi chiede se voglio anche le sue, tipo scambio. Alcuni della classe portano il sessantotto come argomento della tesina all'esame (un classico) e allora dico, prendiamoci tutta la mattina per leggere "Lettera a una professoressa" - che poi non so quanto c'entra con il sessantotto...

Per un tempo scuola così strano mi sembra giusto inaugurare il giardino davanti all'istituto. Spostiamo due panchine, le mettiamo di fronte, qualche ragazza – è il maggio odoroso – comincia a spogliarsi e arrivano anche i pensionati abituali della zona.

Si legge.

La prima parte mi sembra sempre potentissima. Una denuncia serrata in una lingua strepitosa, netta e tagliente come un rasoio. Un'inchiesta di sociologia politica per una scuola ospedale alla rovescia, che respinge i malati e cura quelli che non hanno bisogno. I figli dei dottori.

Ma qualcuno comincia a chiedere, perché non saltiamo le note, con tutte quelle cifre, dobbiamo leggerle tutte? Il tono però non è del tipo abituale, riduzione della pena, saltiamo il saltabile. La sensazione è che quella roba si sappia. È una specie di dato. Va così il mondo.

E uno dei ragazzi - quello più stile Barbiana, ripetente eccetera - dice, a me sembrano tutti invidiosi questi qui. Invidiosi di che? Di quelli più ricchi che sanno parlare e passano a scuola, mentre loro invece bocciano.

Non avevo mai pensato alla banale invidia.

Com'è che chi subisce qualcosa che sente un'ingiustizia (e la denuncia, certo, con il tono aspro di Barbiana) appare invidioso? Forse è il segno di come si possa accettare quell'esclusione se la si vive come una sorta di normale destino. Ma neanche destino. Condizione fra le altre. O comunque se non interessa essere inclusi, diventare cittadini sovrani, acquisire la parola. Per dire che, che c'è da dire di tanto urgente. È come se lo sdegno etico e l'etica dell'impegno della "lettera" suonassero per i miei ragazzi (tanto più ricchi, tanto più poveri) come la richiesta di un prerequisito assente; come se la risposta di lucida rabbia di Barbiana, qui non trovasse nessuna domanda. Forse è qualcosa che ha a che vedere con Pasolini, mi viene da pensare. Con quell'orrore della media istruzione (e della media ricchezza) che fa perdere la grazia dell'ignoranza – e la rabbia della povertà.

Comunque la sorpresa per me arriva con la seconda parte della Lettera.

Perché trovo cose che non ricordavo gran che e mica mi piacciono tanto. Una scuola missione integrale che non dovrebbe mai lasciare libera la mente e il cuore. 18 ore, lavoro ridicolo. Guai ai ritmi naturali, umani – c'è troppo da recuperare per sprecare tempo. Niente da insegnare che non abbia un uso concreto e immediato - c'è tanto di utile da imparare, il sapere disinteressato è un lusso per signorini. Quali "opinioni personali" degli studenti – in classe si viene per imparare da chi sa e si deve pendere dalle labbra del maestro. Il fine è la liberazione dalla sudditanza e dall'egoismo, ma il mezzo non è la libertà – che sarebbe presunzione. Il mezzo è l'insegnamento del maestro e il Vangelo. Conta il sapere che si riceve e si usa per il bene del prossimo, guidati da un orizzonte morale. Conta il fine. Anche qualche bugia va bene, se tiene lontani dal peccato.

Io leggo senza interrompermi, ma qualche problema lo sento che mi sale. Penso anche al mio sessantotto e mi chiedo quanto c'entra con Barbiana: si parlava di piacere, di antiautoritarismo, di immaginazione...

Invece qui sulle panchine i ragazzi e le ragazze sono felicissimi, mi sembra. Quest'idea di una missione assoluta verso di loro dei docenti tutti, di una guida forte da non discutere, di un sapere senza foscoli e matematiche strane che non si sa a che servono... Vado in crisi io e loro festeggiano.

E tuttavia forse ragazze e ragazzi prendono di Barbiana e di don Milani il verso giusto, a loro modo. Quello della passione. Del desiderio di liberazione - per quanto di massa e mai singolare. Invece paradossalmente a me sembra adesso la singolarità, l'aspetto esemplare ma non di esempio ripetibile, il fascino di Barbiana. Una passione che lì diventa autorità vera, condivisa.

Ripenso alle tante discussioni avute in questi anni con i colleghi di sinistra che fanno strage agli scrutini, in nome dell'essere esigenti e non offrire ricreazioni, alla don Milani. Sono i miei amici e la mia spina nel fianco. Perché a me sembra che vada bene praticare il rigore quando c'è l'immaginazione; l'impegno quando c'è il desiderio o l'ordine nel casino. Ma quando non ci sono né immaginazione né desideri?, quando l'ordine è così zelantemente eseguito su se stessi da autoescludersi, e tu non hai niente da promettere né da minacciare perché non ci sono né attese né paure?...

In questa "infelicità senza desideri" che spesso abita l'istituzione ufficiale, queste panchine al sole, una discussione intima di scuola in mezzo ai pensionati in vacanza dai piccioni, mi sembra che per oggi non sia male.

 

torna indietro