20.07.2000
All'inizio era il verbo, anzi il verbale
Finalmente lho conosciuto di
persona, il nuovo esame. Esame di stato, non più di maturità e la prima cosa che
mi viene in mente è un libro di Benni, Non siamo stato noi.
Si comincia a discutere e il grande protagonista diventa il
verbale. Metafora di una scuola virtuale inesistente, della norma assurda magari ma norma:
da rispettare se non si vogliono grane. E non si vogliono grane. Non vale la pena, per un
verbale.
In realtà la discussione fra i colleghi e le colleghe va
benino (e andrà sempre meglio tutto sommato, soprattutto quando entra in campo il
rapporto con ragazzi e ragazze), ma è subito chiaro che non è il caso di sollevare
questioni di principio o di aprire conflitti "ideologici", come si chiamano
oggi: tutti lavoreremo come sempre, fondamentalmente con buon senso e misura, ma a verbale
bisognerà mettere le cose che ci chiedono: criteri di valutazione definiti
"oggettivamente", griglie e standard, insomma larmamentario di
rivestimento pedagogico ormai conosciuto (con curiose diverse "lezioni" a
seconda della scuola di provenienza o dellispettore di riferimento).
Io mi accontento di ottenere che la valutazione effettiva
continui ad essere complessiva, sostanzialmente dinsieme, non irrigidita in qualche
schemetto. Ma penso alla triste noia (e alla brutta finzione) di dover poi distribuire il
punteggio nei segmenti di griglia predefiniti (come mi hanno raccontato di aver fatto i
colleghi dellanno scorso): due punti per la correttezza formale, due per la
ricchezza lessicale, e così via fino al totale. Che alla fine magicamente torna, anzi si
fa tornare.
Ma occorre mediare, "siamo interni". In fondo una
commissione divisa avvelenerebbe lesame di ragazze e ragazzi che mi telefonano la
sera, in ansia. Esame che resta uno dei pochi momenti di svolta, di iniziazione (al fuori,
al finire di unepoca) della loro vita. Ci vuole cura. Qui i numeri finiscono per
contare davvero, inscritti come saranno nella grammatica profonda delle loro biografie
(oltre che nei certificati da esibire dovunque).
Ma poi il presidente mi dice che non importa proprio
preoccuparsi: limportante è che le griglie siano nel verbale, noi daremo i voti
come sempre. Comè logico. E si capisce tutti subito che questa è la chiave
interpretativa essenziale: non facciamo questioni sul verbale (che dovrà soprattutto
essere internamente coerente sufficiente discreto buono ottimo eccellente
rigorosamente associati ai punteggi precisi corrispondenti) e poi si potrà lavorare in
pace. Si scoprono anche bizzarre operazioni logico-linguistiche: la sufficienza degli
scritti è data, dieci su quindici, ma dopo aver spezzettato in tanti segmenti i
quindici punti bisogna ridefinire la sufficienza, non basta sommare i punteggi (si
riduce tutto a quantità, ma le operazioni con i numeri suonano ancora volgari); in
realtà si tratta di trovare un modo elegante per passare allavverbio: la
sufficienza si avrà quando il testo sarà "sufficientemente" corretto,
articolato "in modo accettabile", "adeguatamente" ricco di contenuti
(con gli avverbi sembra di essere al riparo dalla soggettività degli aggettivi. Fascino
delle tautologie); e poi comunque perché la matematica alla fine conta
quando il totale dei punti assegnati farà almeno dieci su quindici. Boh.
Ma lo scambio funziona davvero.
Passato il primo giorno la commissione diventa un bel gruppo,
capace anche di grande sensibilità verso ragazze e ragazzi non la solita
considerazione dei casi familiari, del disagio giovanile eccetera, ma proprio attenzione
alle persone, al loro modo di sapere.
E ragazzi e ragazze se la cavano benino, i famosi percorsi non
sono troppo strampalati e gli permettono di parlare un po qualcuno con parole
letteralmente inaudite, acquisite per loccasione, buffe come collane di perle sulle
t-shirt. La commissione non fa domandine su tutte-le-discipline-tutte ma sceglie e cerca
di approfondire (nella classe accanto tutto il contrario, due domande a materia perché
tutte le discipline sono importanti ed esami che durano anche due ore). Certo non brillano
di sapere i nostri giovani: ma i programmi continuano ad essere sterminati e come
"pizze" più si allargano più diminuiscono di spessore; alla fine si lavora con
riassuntini o su pochi argomenti "concordati" (almeno con gli interni). Di nuovo
si riproduce un vecchio meccanismo: si chiede formalmente tanto tutta
lenciclopedia delle discipline - e poi ci si accontenta, per evitare stragi, di
poco. Lesatto contrario di quello che dovremmo fare, credo.
Ma insomma lesame va, più o meno
"addomesticato" e decente. Anche i ragazzi e le ragazze sono in festa e chiedono
libri da leggere per lestate. Per piacere. Finalmente.
Eppure.
Eppure non va bene, è deprimente quella rinuncia a
rivendicare pubblicamente la scuola che davvero facciamo; a mettere a verbale la scuola
reale, magari sostituendo la pratica (rischiosa perché complessa)
dellintersoggettività al mito ipocrita dei meccanismi oggettivi riduzionistici.
Penso che finché non rinunciamo a quel "comodo" atto di sottomissione che
accetta lessico e logica dei prestampati ministeriali per potersi poi ritagliare il
proprio spazio "umano", finché non si opera una rottura di questo scambio, lo
statuto di minorità intellettuale degli insegnanti (e della scuola dunque) non sarà
intaccato, per quanti discorsi si possano fare poi sul prestigio della professione, sul
rigore delle discipline, sulla cultura alta minacciata dal maraglianismo americaneggiante
nuovista.
Ci vorrebbe un di più dorgoglio, mi sembra, ma politico
e sovversivo - non solo nostalgico, di potere.
Allora ho pensato che lanno prossimo chiederò di fare
il presidente (a proposito di potere). Poi forse racconterò lesperienza. Magari su
unaltra rivista.