Direzione didattica di Pavone Canavese

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10.02.2002

Generazione senza padri

Una generazione, quella di Maico, senza padri, si dice. Cioè con padri deboli, assenti o comunque distratti; che abdicano al ruolo di indicare valori forti, norme da rispettare, responsabilità da assumersi, anche sacrificando il presente in nome di un progetto proiettato sul futuro. Padri, insomma, capaci di quel doppio ruolo di cui parla il bel libro di Luigi Zoja, Il gesto di Ettore: di essere forti e vincenti - modelli da imitare - nella sfera pubblica, e non assenti in quella privata. Capaci di indossare e togliere l’armatura necessaria per difendere Troia, come per la competizione sociale moderna. (E tuttavia che tristezza tutte queste armature).
Mi domando come deve cercare di essere un padre, cioè come deve essere al sua autorità, per non ricadere nell’antico comando autoritario (di cui non sento proprio nostalgia), né nella moderna indifferenza.
Penso al padre di Maico - scritto proprio così sul registro, come gli mancasse una elle per fare l’americano.
Lui non è che sia brillante a scuola. Tutt’altro. Uno che non dà certo fastidio, molto tranquillo e tutto quanto. Anche un po’ solitario. Ma certo non brillante.
Il padre di Maico mi dice ai primi "ricevimenti" che sta facendo di tutto per guidarlo, dargli un po’ di stimoli, un po’ di agonismo. Non si riconosce in lui, da giovane era diverso - uno dei primi della classe, penso. E Maico non mi sembra che gli somigli, effettivamente.
Per la promozione, l’anno precedente, dopo aver ripetuto la seconda, gli hanno regalato il motorino, ma ora sono delusi della pagellina. Alla pagellona del primo quadrimestre la madre mi dice che gliel’hanno tolto lo scooter: vogliono scuoterlo, spingerlo a fare meglio. Glielo renderanno se migliorerà i voti. Io non so che dire perché il "meccanismo" dei premi-punizioni non è che mi faccia impazzire, ma capisco che loro qualcosa cercano di fare. Forse il padre tenta di non apparire indifferente, di far sentire che dà valore alla scuola, di guidare il figlio. Non è facile dire in queste cose, e io non dico quasi mai gran che.
Tornano spesso i genitori di Maico durante l’anno. Lui invece parla poco, è un tipo silenzioso. Con me non va malissimo ma certo non brilla: è opaco, anche se di una solitudine "simpatica", se così la si può definire. Comunque troppo poco "dinamico" per fare bella figura con la scuola.
La pressione su di lui deve farsi sempre più forte in vista della fine dell’anno scolastico, e a maggio il padre viene a dirmi come va (è l’ultimo incontro). Va che il motorino ora ce l’ha il cugino: suo figlio si era stancato di quel continuo dare e levare, promessa-minaccia continua. Ma datelo a un altro e pace, non ci voglio pensare più al maledetto motorino... Non deve volere pensieri Maico. Meglio andare a piedi. Il padre però era senza parole, depresso da morire. Simpatico anche lui.
Penso al libro di Zoja e mi sembra un po’ troppo facile il discorso su come devono essere i padri, se si fa in astratto: come si dovesse enunciare un dover-essere, ricalcato sulla generazione degli Erika-Omar di turno, sulla generazione "dei pari" che hanno abolito le guide patriarcali. Forse si fa il padre a partire dall’adulto che si è, che si può essere dopo il figlio e il giovane che si è stati. Uno che ha contestato l’autoritarismo in famiglia o a scuola fino a vent’anni, che deve fare: siccome i giovani di oggi hanno bisogno di una guida forte e severa, a cui magari - come mi dicono alcuni amici - ribellarsi come-abbiamo-fatto-noi (senza norme come possono esserci trasgressioni; ma le mie norme possono essere pari pari quelle di mio padre? io ho avuto un’altra storia...) insomma questo giovane figlio ribelle a un certo punto dovrebbe inventarsi padre padrone patriarcale, come in una vecchia pubblicità di Repubblica, prima contestatore in eskimo poi dirigente di qualcosa - di qualunque cosa pur di risultare maturo e vincente. Mah...
E poi ci sono quelli come Maico. Come si fa a fare il padre in un certo modo, se l’altro non fa il figlio? quel figlio lì, coerente con l’adulto che indirizza e sanziona.
Penso alla fine che anche il padre potrebbe essere una relazione a due continuamente da mettere a punto. Mi domando se non si debba accettare in qualche modo una specie di "mediazione" da operare fra le due tribù per esistere gli uni per gli altri, con un senso. Qualcuno dirà che se c’è mediazione allora si torna al dialogo confusivo, alla mitica "amicizia" con i genitori nella quale alla fine sono gli adulti ad imitare i giovani. E si perde la verticalità del rapporto che è proprio ciò che si vuole riproporre: il valore attribuito al passato che proietta il presente verso il futuro. A me sembra, tuttavia, che si dovrebbero poter pensare i rapporti asimmetrici, di autorità, di riferimento e guida, dentro una relazione: in un dialogo che per non essere fra pari, non cessa per questo di essere rapporto, tensione, condivisione. Autorità e amore, diciamo.
Se no non c’è saggio di esperti che possa darti senso per tuo figlio - non per la categoria dei figli sociologici in generale.
Chissà se Maico l’ha visto suo padre così avvilito dal motorino rifiutato. Non credo che abbia avuto il coraggio di mostrarsi nella sua incertezza, la fragilità di uno che ha un po’ perduto. Però è difficile dire. E io continuo a dire poco ai genitori, un po’ per non fare danni maggiori, un po’ perché non so bene che dire. Ma penso che potrebbe esserci del buono anche in un certo silenzio dei padri. Se è di ascolto, oltre il rumore dei motorini.