Direzione didattica di Pavone Canavese

diario di scuola home page

Quando la scuola finisce
di Andrea Bagni

Avete mai provato a tornare in una scuola che avete lasciato; entrare in classe a salutare ragazzi e ragazze con cui avete fatto un buon lavoro, siete stati bene, addirittura felici (succede ogni tanto, a scuola).

Io ne sono sempre uscito deluso, sentendomi un po’ scemo, dicendomi che era meglio lasciare le cose come stavano. Sistemate nel ricordo.

In fondo qualcosa di simile accade alla fine di ogni anno scolastico. Negli ultimi giorni vorrei fare un bilancio di come si è lavorato, di come sono andate le cose, ma resto sempre con l’impressione che ciò che più avrei voluto dire - e che ragazzi e ragazze, sono sicuro avrebbero voluto sentire - non trovo le parole per esprimerlo. Non so dirlo l’affetto.

Forse solo nella scuola elementare ci si riesce, o almeno ci riescono loro, i bambini. "Ciao maestra, ti voglio bene", è come mia figlia saluta ogni tanto le sue insegnanti, quando esce da scuola. Semplice. (Si perde sempre qualcosa quando si cresce).

Potrebbe solo essere un problema mio, naturalmente; magari degli insegnanti maschi in generale - in genere.

Tuttavia ho l’impressione che, più che altrove, in classe le relazioni affettive passino attraverso una loro specifica forma, che le nega. C’è sempre con qualcuno o qualcuna (e la differenza naturalmente è tutt’altro che indifferente) un rapporto speciale nella classe, la percezione di una particolare vicinanza, una sorta di eros pedagogico che tuttavia esiste solo nella forma della sua negazione: solo attraverso quello spazio che è distanza scolastica. Quasi fosse possibile "toccarsi", per così dire, solo intellettualmente: attraverso occhi che guardano altro, libri o lavagne, e parole che parlano d’altro, magari imprigionate come le principesse in torri di domande e risposte.

Provate ad accorciare le distanze, ad uscire dal "setting" della classe - tipo sul pullman, in gita, al bar - e allora diventa impossibile anche quel contatto metafisico: è perduta la forma, il gioco di ruolo codificato che lo permetteva, insieme negandone la possibilità. Si ritorna semplicemente adulti e ragazzi. Banalmente, e anche un po’ goffamente (guardate l’effetto gregge-cane delle gite cosiddette culturali).

Provate a mantenere rapporti con studenti o studentesse che hanno finito la scuola, diplomate, ormai semi-adulte.

Mica tanto facile.

Non sei più insegnante, dunque niente spazio, tempi, ruoli consolidati; non sei padre (anche se come età potresti, non lo sei e non ti ci puoi riferire più di tanto); non sei amico: non puoi e non ti chiedono di esserlo. Ti vorrebbero ancora "guida", forse addirittura "nella vita", come se fosse facile. (Ma non l’ho ancora capito bene: a volte penso abbiano solo nostalgia, anche loro).

In modo paradossale si è intensamente qualcosa che non si è più, il loro ex professore. Allora, senza l’odiata-amata scuola ci si sente un po’ nudi, fuori luogo. Che cosa essere e come, per avere senso e sentirsi ancora "utili"?

Eppure, malgrado tutto, sono sicuro che è bene non rinunciare a trovarlo un ruolo, una posizione vera da adulto, "saggio" di una qualche saggezza magari fuori moda, tipo l’anziano del vecchio villaggio, non globale.

Più che altro sono sicuro del bisogno dei ragazzi e delle ragazze, della loro richiesta di un qualche punto di riferimento, intellettuale quanto affettivo, nel grande casino di fuori.

E allora non c’è niente da fare. Bisogna continuare a cercare.