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scuole & giardini
ovvero, sulla polemica scuola pubblica/scuola privata

 

Qualche anno fa un insegnante fiorentino fu licenziato da un istituto dei Padri Barnabiti per essersi sposato in Comune; alla fine la Cassazione impose la sua riassunzione con la brillante motivazione che trattandosi di un insegnante di ginnastica, non si poteva sostenere che avesse seriamente inficiato il progetto educativo del gestore (il cui "diritto a" veniva riconosciuto, trattandosi di scuola privata). Fosse stato docente di italiano o filosofia, chissà.

A settembre di quest’anno, sempre a Firenze, un’insegnante di religione è stata allontanata dalla scuola pubblica perché incinta e non regolarmente coniugata.

A Torino qualche settimana fa, un’altra professoressa, impegnata nel "Gruppo Abele", è stata sostituita nell’insegnamento della religione cattolica, essendo stata "scoperta" a convivere con un uomo.

Per Luigi Lombardi Vallauri alla Cattolica di Milano, invece, lo scandalo è stato di carattere tradizionalmente intellettuale: tesi su inferno e peccato non ortodosse. Se non altro non si saranno rese necessarie le "indagini private" che Don Fritoli ammette serenamente si avviano quando arrivano segnalazioni alla curia (non anonime, bontà loro, ma chissà se c’è qualche premio per quelle efficaci), sulla vita intima dei "suoi" insegnanti.

Dunque ancora lo scandalo del corpo – del corpo femminile - e della libertà di pensiero, ancora il brivido antico dell’eresia.

In una certa Chiesa non s’invecchia. Il tempo passa lento. Se passa.

E oggi si chiedono soldi pubblici per quelle scuole "libere", dove la libertà d’insegnamento si esercita una volta per tutte accettando il progetto del gestore, quasi non avesse a che fare con la ricerca e il sapere. E il sapere con l’essere.

E ci si balocca (anche "a sinistra") col sistema pubblico integrato, come fosse una mediazione ragionevole, ecumenica: lo stato non finanzierebbe che una sua articolazione. Dunque dove c’è il privato sarà esentato dall’offrire sue scuole: il cittadino avrà l’obbligo di mandare a scuola il bambino o la bambina, magari a cinque anni, ma lo stato non avrà l’obbligo di offrire una scuola per tutti e per tutte; se capita la materna cattolica o musulmana o padana, pazienza: il sistema è integrato e quelle scuole non dovranno più essere aggiuntive, sarebbe uno spreco economico: il peccato più grave per certi laici.

E il compito di educare-istruire i figli è della famiglia: i bambini sono loro proprietà, la scuola il loro giardino, la società la loro comunità. Non c’è uno spazio più largo (non statale burocratico o "ministeriale" ma pubblico, luogo di riconoscimento e confronto della società, garantito dalle norme della repubblica) in cui crescere, costruire la propria identità, nel dialogo con il diverso da sé, in rapporto ma insieme oltre la famiglia.

E si dice che una scuola laica è necessariamente astratta, indifferente, priva di valori; quasi non si desse educazione fuori di una compatta controllata omogenea ortodossia; come non fosse quella della Costituzione una scuola dei diversi valori, ognuno con il suo diritto alla profondità, alle proprie radici, ma non nella separazione, nello spazio protetto di una enclave o (più realisticamente) nella nicchia riservata di un target esclusivo.

E qualcuno pensa di poter risolvere tutto con un sistema di standard, come se si trattasse solo di competenze e prestazioni da acquisire e valutare poi sul mercato, onnipotente regolatore, vera nuova grande religione; mentre in gioco è la qualità del processo, la forma – aperta o chiusa, pluralista o monoculturale, trasmissiva o relazionale, di ricerca – del fare scuola..

E il tutto affidato politicamente ad un governo e ad una maggioranza "competizione di astuzie" (vincerà D’Alema o Cossiga?) in puro stile Mastella: noi vi concediamo il curdo comunista (testuale, intervista a ItaliaRadio), voi ci date i soldi per le private; questo è avere una cultura di coalizione.

Chi sono gli arcaici, ideologici, senza valori?

Diceva Bunuel, graziaddio noi siamo atei.

andrea bagni