Direzione didattica di Pavone Canavese

diario di scuola home page

13.12.2001

Professionalità docente: ma che roba è ?


Che roba è la famosa professionalità docente ?

Il rapporto IARD si può leggere in molti modi (e Vita Casentino in questo numero ne dà una lettura tutto sommato positiva: le insegnanti hanno salvato e salvano la scuola). Ma certo vi si trova anche che cresce il desiderio di una rappresentazione del lavoro docente tutta professionistica: centrata sugli aspetti acquisitivi (più o meno, conoscenze disciplinari e tecniche di trasmissione) piuttosto che sulle capacità relazionali in un certo senso "naturali" dell’insegnante, o legate alle pratiche del fare scuola, alla dinamica aperta dell’esperienza.

Forse è proprio il riformismo della sinistra di questi anni (pieno delle buone intenzioni di cui è lastricato l’inferno, in particolare quello elettorale), ad avere spinto verso un ritorno all’insegnante-che-fa-l’insegnante, risolto più o meno senza residui nel sapere della disciplina; che non improvvisa e non accetta "interazioni", non si perde in progetti confusi, non si occupa di "curare il disagio giovanile", non fa l’assistente sociale né lo psicologo: ha competenze specialistiche e le esercita nella scuola. Punto.

C’è una versione, diciamo così, antiberlingueriana di sinistra per questo ritorno alle discipline e alla disciplina: è il pensiero unico dominante del neoliberismo che spinge oggi verso una scuola facile, di pura socializzazione del futuro consumatore, incapace domani di pensiero politico autonomo e critico come oggi di impegno serio e fatica nello studio (vedi Dany-Robert Dufour sul numero di novembre di Le monde diplomatique). Al neoliberismo finisce per essere assimilata più o meno tutta la pedagogia democratica, attiva, antiautoritaria degli anni sessanta, ridotta a disimpegnata subalternità al sistema, che ti forma alla ricreazione e non alla criticità. Non sono sicuro di quanto questo ritorno "di sinistra" al sapere rigorosamente disciplinare si sposi con l’immagine del docente libero professionista (che è più asettica, la critica del capitalismo neoliberista e onnicomprensivo cadendo probabilmente fuori delle "competenze professionali": viene in mente il mitico Alain Delon di La prima notte di quiete, che trasgredisce le norme del preside e tuttavia risponde agli studenti, non m’interessano i vostri volantini, io v’insegno a leggere Leopardi…).

Il merito di questo richiamo alla disciplina della lettura critica del mondo, mi sembra sia nel sottolineare i rischi di "americanizzazione", pura accoglienza e contenimento giovanile della scuola del neocapitale (che mentre dà le tre i del cavaliere alle masse, formerà altrove la sua classe dirigente, come ormai evidente nella riproposizione del sistema duale, peraltro già attraente per molta sinistra "modernizzatrice").

Poi certo bisognerà vedere quanto davvero sono sereni centri di socializzazione massmediologica le scuole italiane… io avrei ancora qualche dubbio, e soprattutto lo avrebbero i miei studenti (vedere Medley prima di giudicare).

In uno splendido saggio (contenuto in Duemilaeuna donne che cambiano l’Italia, Pratiche editrice, 2000), Chiara Zamboni sostiene che in questo ritorno alla forma chiusa della disciplina è il segno di una sconfitta della politica, vissuta drammaticamente soprattutto dagli uomini: come sfiducia nelle sue capacità di trasformazione della scuola e dell’università, dei sistemi più che contesti. Nelle discipline è allora un ordine e un’autorità che offrono un canone, salvano dal caos e dall’essere gettati in un’aula o in una classe. Salvano dalla paura del disordine. Che è paura – di nuovo soprattutto maschile – dell’interrogazione del sapere in uno spazio che non è circoscritto ossessivamente all’oggetto di studio ed è costruito dal dialogo, dall’ascolto delle domande di senso che ragazzi e ragazze si portano dentro. E invece potrebbe essere qui il possibile prezioso desiderio comune con cui lavorare al sapere: inscritto nelle loro passioni, nei loro desideri – che non sono di un lunapark, kindergarten infinito. È proprio l’aprirsi dall’interno delle discipline alle domande che vengono dall’incontro fra generi e generazioni diverse, che dà senso all’insegnamento e al fare scuola. Che dà piacere. Certo bisogna non temere troppo che l’interrogazione delle discipline diventi interrogarsi, chieda a ognuno e ognuna di entrare nel gioco non tutto visibile e dicibile della scuola, abbandonando le ansie di controllo di mediocri professionisti prestati all’azienda. Ma solo questa ricerca di sapere di sé e del mondo, in un ambiente umano e insieme disciplinare, in una relazione aperta e imprevedibile che non diventa mai sapere metodico, forma compiuta una volta per tutte della conoscenza, tecnica buona per il controllo del processo – solo questa pratica del pensiero, movimento del conoscere e non trasmissione del conosciuto, è pratica politica. E sapere.