Direzione didattica di Pavone Canavese

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IL RITUALE DEL PRIMO GIORNO
di Andrea Bagni

"Come hai passato le vacanze", "Il primo giorno di scuola", "Racconta un luogo in cui sei stato questa estate", "Descrivi il tuo migliore amico"...

Mitici "temi" di una volta (di una volta?). Eppure mi domando se non si ragioni sempre su qualcosa di questo genere; se non si potrebbe scrivere per tutta la vita su queste cose. Un po’ come le canzonette d’amore che ascolta La femme d’à coté di Truffaut: che più dicono cose sceme (senza di te non so vivere, ti penso sempre, mi manchi da morire etc.) e più sono vere.

A me per esempio il primo giorno di scuola fa ancora effetto. E’ un incontro di quelli che iniziano già la notte precedente: c’è una specie di elettricità che mi circola dentro; anche piacevole, ma che non fa dormire.

Significa, credo, che in cattedra - in scena di fronte ai banchi - si rappresentano storie, si giocano giochi autentici. Quando racconto il mio modo di lavorare, più che la "professionalità docente" ho spesso l’impressione di rappresentare in qualche modo come sono. Anzi l’impressione è che quella forma specifica dello spazio, quel set che ci circonda, in fondo un po’ protegga e alla fine mi permetta - come un microfono che amplifica e dunque nasconde - di essere di gran lunga più vero di quanto sono altrove. Nella vita quotidiana, così nuda ed esposta (società dello spettacolo ma senza teatri intimi) da ammutolire.

E’ una recita particolare quella del primo giorno.

Il giorno dell’attenzione: spontanea, extrascolastica, vera. Nel silenzio generale (quasi irripetibile, purtroppo) e di studio del nuovo arrivato, è come se si svolgesse una specie di meta-lezione: come se anch’io prendessi le distanze dal me stesso insegnante (con il problema di raccontarlo), e mi "dicessi" quasi tirando le somme; cominciare finisce per essere scendere alle radici, partire dalle conclusioni.

Il gioco mio abituale, che mi viene quasi naturale, è la ricerca di una sorta di leggerezza, la pratica dell’ironia, dell’entrare e uscire dal ruolo, dalla "tradizione" docente; non per dissacrare o roba del genere - troppo facile - quanto in un certo senso per sperimentare come quel rapporto "istituzionale" comunque esista e abbia anche senso. Non si tratta di starne fuori, magari facendo finta di non avere, studenti e insegnanti, ruoli diversi e non appartenere a tribù in relazioni anche conflittuali (sebbene affettive), ma di girarci un po’ intorno e lì perdersi e trovarsi, verificare, costruire e ricostruire significati, come fosse sempre la prima volta.

Per ragazzi e ragazze che "si presentano" il gioco mi pare quello, imbarazzante, del prendere la parola per parlare di sé, gratuitamente. Non solo-se-interrogati.

Funziona poco, mi sembra. Si direbbe non abbiano parole per sé (almeno in questi "esordi", bisognerebbe provare di più in seguito, e non si fa più invece) fuori di quelle prese in prestito da qualche manuale e dunque da restituire in qualche verifica.

Però questo è in fondo l’obiettivo: che le trovino delle parole "libere" per sapersi e raccontarsi, alla fine della scuola...