Direzione didattica di Pavone Canavese

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10.04.2002

Povere cose pubbliche

Quanti anni sono che lavoro con ragazze e ragazzi dai 14 ai 19 anni?

Più o meno una quindicina. Non so se sono abbastanza per provare, come faccio tante volte, a descriverli. Ho insegnato solo in poche scuole, a Firenze e dintorni, solo a ragazze e ragazzi degli istituti tecnici e professionali. E tutto m sembra così complicato, pieno di differenze, di sfumature, di storie diverse, difficili da vedere a volte, difficili da capire. Sempre. Poi le generalizzazioni "sui giovani" sono tanto diffuse quanto facili, banali, un po’ squallidine…

Dunque, cercando di evitare la presunzione delle sociologie giovanili, vorrei solo raccontare dal mio micro osservatorio – che è quello che è e forse racconta più del mio modo di guardare che di quello che credo di vedere – un sentimento e un pensiero. Si potrebbe anche dire, un sentimento riflessivo e una riflessione sentimentale.

Tredici o quattordici anni fa, mi colpirono due ragazzi di seconda che durante i compiti in classe tenevano sul banco dei "santini" (immaginette di non so quale santo). Uno dei due andava molto bene come risultati, ma poi alla fine della terza abbandonò la scuola; i colleghi del triennio mi dissero che non aveva problemi di voti ma non ce la faceva più: troppa fatica, troppo stress. Doveva essere effettivamente pesante, pensai, se sentiva di doversi rivolgere al cielo per esorcizzare le forze del male, dagli oggi il loro test quotidiano. Le forme del maligno sono molteplici. Si è iscritto a una scuola privata e poi ha smesso definitivamente

Mi è tornato questo ricordo oggi, che tutti e tutte hanno sul banco (spesso in una specie di presepe di gadget sotto la grotta laica del casco) il cellulare per i contatti con l’aldilà – non credo tuttavia omologati per telefonare a dio (e immagino la segreteria: l’utente desiderato in questo momento non può rispondere…). Una volta ho parlato degli sms come momento di nascita del movimento operaio (non statalista) e ho visto finalmente accendersi degli sguardi, rizzarsi delle antenne per lo splendido bizzarro equivoco (perché in fondo sempre di comunicazione si tratta, materiale o della materia di cui sono fatti i sogni).

Insomma sono un mare gli oggetti e oggettini che arredano la vita quotidiana di ragazze e ragazzi che ho davanti. Forse riempiono un vuoto, forse sono come materializzare in qualche modo e passare in rassegna il proprio (micro) mondo. Non so. Comunque il sentimento è un po’ di malinconia. Come se si dedicassero alla raccolta – e non alla coltivazione o all’esplorazione – del presente. Come non ci fosse altro da fare o costasse troppo (troppa fatica andare a piedi o in bici, avventura rischiosa uscire dalla routine, immaginare altro, immaginarsi altri). Forse è una specie di ricerca, se non di sé almeno della propria immagine, che nasce da un deserto sociale di condizione giovanile; ma di questa povertà porta addosso i segni e diventa circondarsi di roba spesso semi infantile o studio-esibizione di gesti – ad esempio quello, enfatizzato mi sembra, del fumo: quasi a mimare un Grande Bisogno, una mitica Maledetta Dipendenza. Da grandi. Poi ho visto al cinema immagini di buffi giochi giovanili in impegnative toilette, tipo super-otto (si fa per dire, non esiste più nemmeno nei musei il super-otto, ma l’effetto era quello: di povertà creativa un po’ ribelle) usati alla Naomi Klein, come stile di vita cui associare un marchio. Una sigla del mercato, produttrice di significato. E l’impressione (sempre troppo facile certo) è che non abbiano proprio scampo gli adolescenti target di oggi. Sono "integrati nel sistema" come si diceva una volta (ma anche noi, come parlavamo?) qualunque trasgressione s’inventino. Nell’Impero, creativo e spettacolare.

Non è una grande scoperta, è vero.

Il pensiero allora è questo.

Evitare ogni lode dei tempi antichi – peraltro si sono sempre cercati oggetti, alternative merci simboliche che facessero sentire parte di un gruppo, di una "cultura". Inutile anche ricordare quanti bambini mangerebbero con quello che qui si spende in sigarette. Non mi sembra saggio predicare la rinuncia e la sobrietà a chi non vive nessun’esperienza di sobrietà che possa essere vero riferimento: di rinuncia felice. A chi senza consumi si ritroverebbe in un vuoto pneumatico di senso.

Piuttosto c’è un altro mondo di ragazzi/e (mi sembra più fuori della scuola che dentro: qui ogni tanto mi pare mandino le controfigure, direttamente i loro "santini") che non ha rinunciato ai propri desideri per essere sensibile alle sofferenze del mondo, né ha scelto l’etica dell’austerità o del digiuno come consapevole sacrificio di sé. Semplicemente gioca altri giochi, vive desideri diversi, festeggia in altre forme la propria battaglia contro la solitudine globale. Sobriamente ed eticamente, più che in nome dell’etica e della sobrietà. Costruendo repubbliche delle cose povere ma ricche simbolicamente, anzi lussuose.

Allora può essere un po’ deprimente (e non avere senso politico né educativo, azzardo) educare dalla cattedra all’etica della moderazione dei consumi, al digiuno dei desideri, ma potrebbe essere una bella festa il desiderio di digiuno. La pratica intensa, e quasi smodata, di altri consumi. Critici e sovversivi.

Potrebbe.