Direzione didattica di Pavone Canavese

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21.09.2002

L'ora di religione ...

Da studente credo di avere avuto un rapporto abbastanza "standard" con la religione; i miei mi avevano iscritto perché tanto non ti farà male, la fanno tutti eccetera. Io ero passato dalla fase della adesione quasi magica, infantile (la preghiera come una scaramanzia per ottenere "grazie" e certe cose non andassero male), al comportamento rituale di gruppo – alla messa con quindici minuti di ritardo, tanto è ancora valida per l’amministrazione - fino alla noia delle ricette elargite sulla vita, dal pulpito o dalla cattedra. Noia sempre di gruppo, il sentimento più diffuso nella classe.

Mi ricordo che ebbe un effetto "liberatorio" – per quanto in un senso modesto, adeguato ai miei bisogni: non una vera ribellione insomma – la scoperta che si poteva essere agnostici: che c’erano domande alle quali semplicemente si poteva non dare risposta. Io avrei detto domande delle quali non m’importava quasi nulla. La presunzione delle verità assolute, delle certezze; le parole con la maiuscola, di cui era piena l’ora di religione. Non credo che avessi bisogno di grandi contestazioni: penso che volevo semplicemente essere "autorizzato" a occuparmi di altre cose, che avevano a che vedere davvero con la mia vita.

Adesso non so più tanto bene come stiano le cose.

Mi domando se quel desiderio di liberazione dagli assoluti sia ancora sentito dai ragazzi e dalle ragazze. O se invece il bisogno diffuso non sia proprio opposto: trovare qualcosa che non sia troppo "relativo", immerso nel tempo che passa, affidato semplicemente a noi, semplici esseri umani.

Qualche anno fa rimasi di stucco scoprendo che due ragazzi fra quelli che mi piacevano di più della mia classe – impegnati, diversi, non troppo consumisti – appartenevano a CL. Lì probabilmente si proteggevano e trovavano una specie di famiglia. Certo una famiglia sotto la guida di un Maestro (di nuovo maiuscolo), e con un riferimento superiore nella trascendenza: come non si potesse essere veramente liberi senza affidamento ad altro, in alto. Senza rete di protezione, faro guida eccetera.

Ho paura che quel loro trovare "casa" per la loro diversità, producesse molti altri diversi fuori, un po’ alieni; insomma molta chiusura, specchio dei confini di quella famiglia, delle certezze, dell’autorità assoluta di quella verità trascendente.

E "mi racconto" ogni tanto che quei due che mi piacevano tanto, crescendo potrebbero aver trovato la forza di percorrere altre strade, più insicure magari, ma anche più aperte. Più vere senza la Verità.

Però chissà se sarà andata così. Dev’essere duro accettare di trovare un senso "eterno" solo nel proprio essere finiti, così parziali e insignificanti come siamo.

C’è poca speranza in giro. Anche nella riflessione laica, mi sembra.

In un bel libro di Zygmunt Bauman uscito quest’anno, La società individualizzata, (bello quanto straordinariamente ripetitivo, ma pazienza) l’amore è descritto (splendidamente) come il sogno e l’esperienza dell’immortalità nella vita umana. Una specie di progetto auto-trascendente. Ma poi nella tendenza alle famiglie atipiche o di fatto di questa nostra "seconda modernità", Bauman sembra vedere solo il disimpegno da qualunque progetto che non sia provvisorio, fino a prossimo avviso: la dominante superficialità dell’episodico, del frammentato. Come l’amore fosse, insomma, sempre da collegare all’eternità "istituzionale" (finché morte non vi separi) del matrimonio, e non si potesse progettare nulla di profondo nella forma precaria della convivenza. Di nuovo, nell’accettare la propria vita come "mortale" e insicura non si vede che ci può essere un’assunzione di responsabilità perfino maggiore, tutto restando affidato alle proprie forze: l’amore come qualcosa da costruire e vivere, di cui avere cura, proprio nella precarietà, singolarità e mortalità delle nostre vite. Come una repubblica degli affetti, una polis senza trascendenze statali. Senza istituzioni di garanzia, famiglie certificate, nazioni di sangue e parlamenti "rappresentativi".

Invece mi sembra che parole importanti su questo tema le abbia scritte Enzo Mazzi nell’agosto scorso sul "manifesto". Se non ho capito male, la possibilità di credere nell’assenza di dio. Di un dio che costringe tutti a vivere come non ci fosse, portando l’infinito in noi stessi, nelle nostre anime e nei nostri corpi, nel nostro mondo – che allora può non essere un mondo di guerra, di Verità assolute e altrettanti assoluti Errori, intessuto solo dalle leggere relazioni neoliberiste. Una specie di religiosità senza Religione, verità rivelate, padri onnipotenti che stanno nei cieli, e dunque allontanano gli sguardi dalla terra...

Fare da soli insomma. In una solitudine condivisa. Impegnativa, eternamente in cerca di infinito.

Se è vero che tutte le religioni sono religioni di guerra, è anche vero che molti/e con la loro religiosità fanno splendidamente società e politica, accoglienza e ribellione. Forse trovano dio in ogni incontro con il prossimo. Parole con cui io non ho molta confidenza, ma che non sento lontane: come se tutti questi prossimi fossero ormai una moltitudine di singoli, singole, soli/liberi, precari.

E questo dio fosse sempre in fase costituente.

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