Direzione didattica di Pavone Canavese

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Ci siamo: il rito delle occupazioni sta per concludersi

 

Nella mia città – forse perché è il seggio elettorale di Berlinguer – sono ormai anni che si è depositata la tradizione delle occupazioni, autogestioni etc.

E’ difficile non riconoscere che si tratta in larga misura di un rito stagionale, fratello "degenere" del tempo buro-scolastico che vorrebbe contestare – tant’è che l’anno scorso lo stesso ministro è arrivato, piuttosto bizzarramente, a ipotizzare un periodo novembrino di sospensione delle lezioni…

Ciò che tutte le volte mi colpisce, però, è la differenza fra le discussioni in classe e le "assemblee".

C’è una sorta di gentilezza nelle relazioni ravvicinate, non solo delle forme del discutere ma anche, in un certo senso, dei contenuti, che si perde poi altrove. Quella gentilezza è il tono di un discorso, il colore di parole che parlano di sé, della propria esperienza, delle cose che contano e ti toccano. Una modalità dello sguardo.

Quando li sento discutere fra loro, a me pare che ragazzi e ragazze dicano la verità (so che la parola è grande, ma forse permette di capirsi: la verità per loro, la loro verità ma l’unica che qui conta).

Dicono che sanno a malapena che roba è la "finanziaria" o l’autonomia, un po’ meglio "la parità" (hanno una sensibilità fortissima verso ciò che pensano li indottrini o pretenda guidarli – forse perché sanno la loro fragilità e la difendono dalle invasioni dei forti…). Per loro i discorsi "politici" dei volantini, sono quelli che vanno bene per gli adulti e i giornali: <<così non potranno dire che non sappiamo per cosa protestiamo>> - ma dopo, una volta fatto l’elenco, si dedicano sostanzialmente ad organizzare la protesta. E il livello d’organizzazione sarà il vero motivo d’orgoglio. Al fondo una sorta di "trasgressione ambientalista": ciò che davvero si desidera è muoversi liberamente dentro gli spazi scolastici, di solito tutti regolamentati; "occupare" corridoi, aule, sentire girare a vuoto orari e campanelle, retaggio surreale di un ordine sospeso. (Col trauma per noi, difficilissimo da digerire, di vedere non un’altra scuola, ma una sorta di spazio vuoto, stile piazza o bar, insediato, se non nel tempio, nel luogo del nostro valore).

A me sembra che nelle assemblee – tutte con l’ossessione di definirsi apolitiche – "la verità" si perda nel clamore degli applausi, nei discorsini dei capi d’istituto, come loro chiamano i loro rappresentanti – che difatti trattano la massa come un paterno dirigente i suoi diretti.

In classe, invece, le ragazze e i ragazzi (ma i secondi sono sempre molto più presi dal gioco della "security" o dalla vanità della leadership), quando si conoscono e ti conoscono, dicono che hanno "firmato" per l’occupazione perché sono indietro di fronte a una mare di verifiche (<< tutti interrogano ora, prof!>>) e hanno bisogno di prendersi questa pausa, magari si mettono in pari. Va da sé che uno gli dice, non dovete aspettare l’ultimo giorno a studiare etc, ma c’è già chi ha un sacco di voti, e non è in fondo fatta un po’ così, effettivamente, la "macchina" scolastica? (e noi insegnanti la vediamo mai davvero tutta insieme?).

Io, da buon insegnante, contesto questo bisogno: lo studio è fatica e ha i suoi ritmi, ma mi domando poi se qui almeno non ci sia onestà e l’espressione di un bisogno vero; se le occupazioni anche così’ "vuote" non siano lo specchio rovesciato di una scuola così piena (36 ore settimanali, più il lavoro a casa…).

E poi penso, non potrebbe essere questo il vero discorso politico da fare per ragazzi e ragazze: a partire dalla propria esperienza, dai propri desideri e bisogni. Magari per arrivare, nel nostro sogno adulto, anche ai disegni di legge e ai collegati alla finanziaria, ma – molto prima – per dire qualcosa sulla propria vita, riconoscere in qualche modo (e costruire) quello spazio dove bisogni e desideri incontrano relazioni adulte, sapere, studio e responsabilità.

Insomma dove si fa scuola.

andrea bagni