Direzione didattica di Pavone Canavese

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07.04.2001

La scuola elementare sta finendo


Mia figlia è a un mese dalla fine della quinta elementare. E anche la scuola elementare è vicina alla fine.
Aveva cominciato (alla materna) con il terzo giorno che mi diceva, ma ci siamo già andati due volte di seguito, che ci andiamo anche oggi? Non possiamo fare qualche altra cosa? Tutti i giorni si deve andare, vai a spiegarlo un gioco così…
E poi alle elementari era sbocciato il grande amore per la scuola e la classe: guai mancare un giorno, perdere i contatti con le amiche e le maestre.
Ho veramente invidiato quell’intensità così poco "scolastica" delle relazioni di scuola, una specie di gioco serissimo, intreccio di attese, affetti, scoperte, poco alla portata dei "professori" – per le maestre in realtà credo anche una fatica micidiale. Ma insomma tutto sembrava aurorale, mostrarsi allo stato puro. Un dispiacere profondissimo per un commento deludente o una scheda che rimaneva la stessa del primo quadrimestre (è uguale a quell’altra, che ci sono andata a fare; che mi volete regalare per una scheda così, un sasso regalatemi…); ma anche una gioia fin quasi alle lacrime per dei complimenti o per un buon strano voto (ho preso bravissima). Non si trattava, mi sembra, di semplice "successo formativo": era proprio il riconoscimento delle maestre prezioso, un punto di riferimento che viene dal mondo degli adulti, anzi delle adulte; una specie di specchio di sé in cui cercare misura – diverso da quello dei padri e delle madri, più di appoggio, nicchia e nido.
Allo stato puro anche la difficoltà del cominciare a studiare, e leggere rileggere sottolineare ripetere; rifare, accettare di stare con le "ripetizioni", anche con la noia di certe operazioni – l’ho già letto, lo so, perché lo devo ridire, quante volte devo fare la stessa cosa. Ma poi anche la sfida, la competizione bella con se stessi, l’avere cura di ciò che si fa. Che si è. Di nuovo tutto chiaro, trasparente.
Allo stato puro come l’amicizia, la costruzione del gruppo, l’abitare la scuola anche come sfondo delle avventure sentimentali. Allora diventa un evento con quale bambino o bambina sei in coppia e ti devi tenere per mano quando vai a mensa. Allora la mattina, ben prima dell’apertura del portone, bisogna trovarsi con le amiche e gli amici: da soli, senza genitori e maestre d’intorno, accanto alla scuola ma tra bambini.
In un questionario di autovalutazione di una scuola media, mi pare di avere trovato qualcosa di simile: un ragazzo che indica come luogo più amato dell’intero istituto, il terzo gradino della scalinata. Poi si scopre che è quello dal quale si cessa di essere visti dall’interno, dagli adulti. Il più lontano, il più vicino. E un altro che esprime come desiderio più forte riguardo lo spazio scolastico, la presenza di una panchina in giardino, dove si possa stare un po’ a non fare niente.
Mi domando quanto tragicamente per ragazzi e ragazze la scuola esista come spazio regolamentato, normativo. In fondo anche il tempo, la storia da studiare, finisce per essere una misura lungo una linea, da pagina x a pagina y, quanti passi sono? troppi - troppo pochi poi quando li misura l’insegnante lungo il programma. Altra linea.
Mi ha raccontato una giovane collega "tirocinante" che spiegano alla scuola postuniversitaria (ssis) che fare scuola è un edificio che si progetta nel curricolo e si costruisce con i mattoni dei moduli; secondo lei invece si dovrebbe pensare ad un paesaggio (ha detto proprio paesaggio, nemmeno giardino o territorio) in cui stare, esplorare, scoprire.
Bellissimo.
Come l’ingegnere di Ratataplan (albero a colori lussureggiante nelle prove attitudinali alla ditta: unico bocciato) chissà se ce la farà ad entrare nella nuova scuola.