Direzione didattica di Pavone Canavese

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Facciamo che ero

Una piccola coperta per terra, con un guanciale e due sedie d’intorno. Una sveglia.
Un bambolotto sul passeggino, accanto al telefono spostato sul tappeto che "chiude" lo spazio.

Questa era la mia casa e questo il mio bambino – facciamo che tu eri il pediatra e io ti telefonavo…

Facciamo che ero.

Lascia sbalorditi la magia dell’imperfetto dei bambini.
Ma come l’imparano? Da dove viene questo micro-gesto linguistico che da solo crea un paesaggio, ridisloca oggetti e abitudini della vita di tutti i giorni e apre ad un altro mondo, immaginario e insieme precisissimo…
Si potrebbe pensare ad una semplice imitazione degli adulti, ma è piuttosto una reinvenzione, una specie di riscrittura interna, "all’imperfetto".
Le bambine che frequentano la mia casa non vanno gran che sull’esotico o sul fiabesco: non fanno che erano principesse o streghe o roba del genere.
Sono soprattutto pediatre, maestre, cassiere della coop alle prese con le offerte e gli sconti. E mamme naturalmente.
Quando fanno le maestre sono splendide. Danno compiti, distribuiscono elogi e soprattutto rimproverano, anche aspramente. Tanto che all’inizio pensavo: ma che maestre hanno? che gli fanno a scuola? tanto più che quando domando a mia figlia com’è la nuova supplente – non brontola risponde, oppure brontola. Lapidaria, quasi non esistesse altra caratteristica significativa.
Ma poi mi pare che sgridare è un segno che basta da solo a indicare il "ruolo"; la maestra è quella-che-può, se i bambini (i maschi soprattutto) chiacchierano.
Prima ogni tanto giocavo anch’io – quando proprio non c’era nessun bambino/bambina con cui tornare a casa – per senso di colpa della "figliunicità" (ma lei mi considerava comunque chiaramente inadeguato: un puro ripiego). Ora cerco di sottrarmi sempre più spesso: questo essere qualcun altro e metterlo in scena mi pesa da morire; dopo poco mi ritrovo svuotato, come risucchiato, con la testa che galleggia in un incerto territorio di fantasmi. Alla deriva. Forse mi fa addirittura un po’ paura: uno ci mette tanto a costruirsi un’identità…
Come fa lei a giocare per ore? Non si perde. Anzi sembra che conquisti, accumuli, conosca, come una spugna o una carta assorbente.
Mi piace ascoltare quando (anche da sola talvolta) gioca alla scuola.
Si sente una straordinaria tensione, una specie d’entusiasmo verso il nuovo; i bambini, gli adulti, i quaderni, i libri.
Lei e le sue amiche se la portano a casa, la scuola, la giocano e la rifanno ed è loro: come in una specie di apprendimento alla vita. Per riproduzione.
Allora mi capita di pensare ai miei studenti di dieci anni più grandi e mi domando che giochi fanno con la scuola, se apprendono qualcosa con la pelle o con l’anima; come fare per essere ancora un po’ - noi insegnanti, le nostre discipline – un territorio nuovo, da sperimentare, annusare, assorbire e interpretare. Certo senza "bambineggiamenti", però con qualche lampetto d’entusiasmo ogni tanto.

Ma intanto l’imperfetto diventa un tempo come un altro; spesso sbagliato. E non "fanno che erano", ma sono veramente. E non ci sono altre grammatiche da inventare – a meno di non ritrovarle molto molto a fondo. Scavate dentro come abissi.

andrea bagni