Direzione didattica di Pavone Canavese

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19.01.2003

Francia, dalle parti di Barbiana
A proposito del film "Essere e avere"


Dovrebbe essere uscito finalmente a febbraio, nelle sale italiane, questo piccolo grande film di scuola, Etre et avoir, che ha vinto nell’ottobre dello scorso anno il premio di "France cinema".

È da vedere assolutamente – magari insieme Bowling a Colombine, altro documentario sui generis sul centro impaurito dell’impero, studenti a scuola per fare una strage, armati fino ai denti (come a casa il babbo e la mamma, peraltro). Altra faccia della luna rispetto al film rurale di Nicolas Philibert, che è invece la storia di una piccolissima scuola di mezza montagna; un microcosmo in cui fare l’esperienza dell’essenziale, attento al passare delle stagioni, attraversato affettuosamente da una macchina da presa (affettuosamente accolta) e una troupe di osservatori pazienti. Sembra in realtà un altro mondo quello della pluriclasse di Sain-Etienne sur Usson, sul Puy-de-Do^me. E per certi versi potrebbe essere il limite maggiore del film – ma è anche il suo fascino: vento che muove le fronde degli alberi, alberi immobili in cima alle colline, colline di mucche al pascolo, lente le mucche quasi a dettare i ritmi della vita umana. Sembra di essere dalle parti di Barbiana… Non ho cercato di imperniare il film su aspetti di colore o nostalgici, in una sorta di esaltazione dei valori del passato, di un mondo ormai trascorso. Quella scuola potrebbe essere a Parigi o a Milano, dice il regista. Però non si vede mai un bambino davanti a un monitor – tivù computer playstation: nulla – né strade incasinate, vetrine, giocattoli, ipermercati… Se la scuola paziente e intensa del film è possibile anche nelle banlieu (e secondo me è vero), è anche vero che Philibert non l’ha fatto vedere

Tuttavia spazi e tempi del film sono perfetti per la scuola, anzi sono già scuola. Una specie di rituale stile orientale prima di cominciare (tutti in piedi in silenzio, un attimo, davanti ai propri posti, poi al comando del maestro a sedere…) per prendere possesso degli spazi, e poi l’ordine-disordine dell’apprendimento, nei ritmi senza fretta del fare scuola. Fuori, lavoro dei campi, alberi sulle colline, il vento che li accarezza lento; dentro, lo scorrere della vita scolastica con l’avventura di nuove lettere, parole, storie, come naturali eventi biologici, slittamento di micro continenti, vento nelle menti. Sono invece insegnamento-apprendimento, ambiente ultra artificiale (con bambine e bambini che guardano continuamente in macchina, mica possono far finta che non ci sia se c’è), ma segnato dai ritmi delle biografie più che da modelli pedagogici.

Tutto l’apprendimento sembra un po’ una buffa avventura, bellissima: le prime vocali tracciate dai bambini della prima, segni misteriosi e sbilenchi che potrebbero rimandare a qualunque cosa; e ancora niente che sia già errore, percorso da escludere, colpa, piuttosto uno stare sulla soglia, in bilico: altra possibilità della rappresentazione del mondo, come dentro un gioco – che deve poi selezionare le sue combinazioni vincenti, accettabili. Senza troppa fretta però.

Al centro del (l’apparente) disordine – vento che muove le foglie, famiglie intorno a problemi matematici, amicizie-litigi-paci, alberi mossi dal vento – il maestro come una specie di paziente regista giardiniere (un po’ come nella splendida scuola di Petralata di De Seta o in Ricomincio da oggi di Tavernier: ma perché così poche maestre nel cinema sulla scuola elementare?), sulla soglia fra l’informale e il formalizzato, "peace-maker" dei conflitti, superiore autorità dei riti e maestro dei passaggi (i più grandi andranno alle medie, i più piccoli vengono a fare una visita prima di cominciare, e piangono naturalmente…). Anche lui coinvolto nelle svolte, sta per andare in pensione e abbandonare la casa sopra la scuola dove abita da vent’anni. Commosso come un bambino – cioè come un grande.

Alla fine rimane l’immagine di un paesaggio umano essenziale, forse a rischio di comunitarismo, ma anche consapevole del tessuto relazionale del sapere: comunità di sguardi che non conoscono esclusione e possono provarsi anche nei paesaggi urbani a dismisura umana, come vento che muove le antenne sui tetti, profumo di limoni da portoni socchiusi dei palazzi di periferia…

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