01.11.2003
Elefanti e sognatori
Una volta ho fatto una supplenza in un vecchio
liceo della campagna fiorentina. Un'antica villa con parco e terrazze che dalle classi si
affacciavano sul verde. Sembrava di essere in vacanza dal mondo, ogni aula un vecchio
focolare e i soffitti affrescati. Norme di sicurezza (credo) scarse, ma quando torno nel
mio istituto nuovo, razionale e pulitissimo carcere speciale, penso a come gli spazi della
scuola siano l'immagine del suo respiro. A come abbiano a che vedere con i sogni e gli
incubi giovanili, con la cultura o il vuoto del presente...
Ci ho pensato quando meraviglia delle multisale ho visto nello stesso pomeriggio Elephant e The dreamers.
Rappresentazioni dello spazio, della scuola e dell'adolescenza, dei movimenti. Delle anime candide e delle cronache nere.
Elephant è tutto nella rappresentazione di un'istituzione totale scolastica, totalmente vuota. Spaziosa. Piani sequenza e tempi morti come mai nel cinema americano, e spazi pure morti, già molto prima che cominci la strage (quella di Colombine). Peraltro gli "stragisti" sono ragazzi uguali a tutti gli altri vuoti dentro, una voragine che replica e raddoppia gli spazi da incubo dell'istituzione. Tutti si muovono nel gelo di geometrie asettiche, come tracciati di un labirinto che la macchina segue passo passo, di spalle ai personaggi (sempre che si possa parlare di personaggi).
Ovvio che non ci sono adulti o genitori, fatta eccezione per il padre alcolista che viene sostituito dal figlio alla guida fin all'inizio del film. E per il preside parte dell'arredamento dell'edificio. Non particolarmente umana. Ma non ci sono veri personaggi da nessuna parte, nessuno ha il tempo e la dimensione (interiore) per esserlo. C'è troppo tempo e troppo spazio, che generano naufragi senza allegria.
A un certo punto, fra i fili dei percorsi che si incrociano e si perdono, sembra apparire l'eroe, il nero silenzioso e risolutivo, muta presenza operativa in movimento. Fatto fuori senza uno straccio di pathos (come Indiana Jones eliminava l'arabo con la scimitarra).
E i due assassini? non veri nazisti (compri quelle bandiere se sei scemo...), emarginati forse ma non più di un mare di altri e altre; niente psicologia, solo corridoi della paura e lente camminate. Semplicemente organizzano una giornata in cui vogliono devono divertirsi. Svagarsi. Aggiungere una dimensione al videogame. Hanno con il giudizio morale lo stesso rapporto che ha Berlusconi con la democrazia: non sono immorali ma del tutto a-morali; non sanno nemmeno che potrebbe significare il concetto. Nemmeno l'ombra di una dimensione etica o psicologica da nessuna parte. Tutti né buoni né cattivi: figurine di una giostra senza né capo né coda, che è la scuola (o il quartiere, la casa, la strada ordinata di giardinetti e villette). Alla fine solo spostamenti, tracciati nel nulla e del nulla...
Poi passi dalla sala 8 alla 16, ed è esattamente
l'opposto la maison del primo-tango-a-Parigi di Bertolucci.
Niente piani sequenza, mi sembra, in questa casa-madre degli stucchi, splendida di cultura
e di storia (padri poeti qui).
È lo spazio interno di una non-storia di formazione, ventre e utero nel quale succede
tutto. E diventa politico. Sogni un po' infantili che hanno il problema (e però anche il
coraggio) di crescere. Ma radicali, "sublimi"; al di là del bene e del male
(anche qui) ma nel senso di un pieno di desiderio, che è l'esatto opposto del
vuoto pneumatico, orizzontale e piatto, di Elephant. Gli albatros di Baudelaire,
contro i marinai che scivolano sugli amari abissi.
E un po' goffi come gli alati viaggiatori lo sono i giovani di Bertolucci. Hanno da nascere e fanno intanto le prove della vita. In cerca di assoluto, dentro e fuori. Alla fine lei, Isabelle basco rosso, sigaretta incollata alle labbra, iper-parigina - sarà incerta fra l'organizzare la morte in quell'utero-tenda che raddoppia la camera ed esclude e riproduce i genitori (dimmi che sarà per sempre) oppure portare tutto on the road, quando la strada entrerà nella casa con il sampietrino famoso del maggio. Con la sua sabbia sotto il selciato. Fuori allora la violenza sarà quella del desiderio smisurato (e l'americano non-violento se lanci la bottiglia diventi come loro - non prenderà parte alla festa, aspetterà forse Genova e la rete Lilliput per avere ragione).
Anche Theo e Isa, i due gemelli "siamesi" (attaccati nelle teste) cancellano i Padri e le Madri, ma forse un po' dentro se li portano (oltre che intorno, nel lusso della cultura in cui vivono: più in due che con le masse come intuisce subito Matthew), restano figli dalle camerette piene di bambole e peluche o di disordine da ordinare.
E the dreamers ?
Il '68 di Bertolucci è tutto in questo super estetico intrecciarsi di caos e desiderio, di verginità e sangue, cinema e molotov. Una politica chiamata desiderio, pietra che sfonda vetri e apre le case. Nell'aristocratica claustrofobia di Bertolucci il movimento della macchina da presa sembra sempre circolare, sensuale, affettivo. Come un grande abbraccio che fonde immaginario e reale. Chaplin o Keaton, Hendrix o Clapton: tutta la vita intrecciata splendidamente al cinema, dove recita la sua rappresentazione. Come di chi si prepara a un'altra vita possibile. E del potere conosce subito la violenza burocratica che chiude la Cinémathèque.
(Forse il novecento si può raccontarlo solo dall'interno troppo casino per i narratori onniscienti - come nel Buongiorno, notte di Bellocchio. Dal '68 al '78 tutto succede ancora dentro, nello spazio ravvicinato della casa-prigione; nella testa, nei sogni e nell'immaginazione di lei, la ragazza che sa qual è il posto dei calzini. Cioè sa di umanità e di politica quindi. Il valore dei contatti. E libererà il Grande Padre Perduto, sulla strada, felice).
In Elephant nessun movimento è circolare perché tutti/e si muovono sulle circonferenze, a una sola dimensione, seguiti e guidati da un braccialetto elettronico (come un tempo, l'opera deve sembrare essersi fatta da sola). E nessuno è "attaccato dentro", anzi sono tragicamente liberi e alla deriva. Reduci di un'isola non trovata, che non sognano più. Non corrono per fuggire dal Louvre, fra Godard e i sorveglianti. Fra letteratura e realtà. Navigano in un videogioco.
I Dreamers invece preferiscono il cinema.