Direzione didattica di Pavone Canavese

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14.04.2001

Le destre giovani


Non è facile scrivere dei giovani e della destra.
Già è complicato definire i concetti che si usano: vai a capire oggi cos’è la sinistra (che perde regolarmente nelle banlieu e vince a Parigi), e cosa tiene insieme la destra, fra le tre i del sapere usa e getta di Forza Italia e la tradizione classica e cristiana da difendere dall’americanizzazione del centrosinistra...
E poi chi riesce più a trovare qualche ragazzo o ragazza che "si dichiari" di destra o di sinistra?

Anche durante le occupazioni, quando qualcosa di simile alla tradizionale politica sembra avvenire (assemblee, volantini), in realtà la frase chiave è sempre noi non facciamo politica, la nostra scuola è apolitica, siamo solo "noi giovani" che vogliamo farci sentire (e nessuno ci ascolta).

Allora penso che i segnali vadano cercati su altri terreni, dove si definisce l’immagine di un certo rapporto con gli altri e con se stessi, nella sfera dei desideri e dei sogni, come dei bisogni e consumi.

Qui qualcosa di nuovo succede, mi sembra.

L’acchiappatore nella segale

Se leggiamo in classe (una seconda superiore) il vecchio giovane Holden, scopro che per alcuni e alcune è davvero "l’acchiappatore nella segale", cioè un personaggio incomprensibile, lontano ed estraneo (come la sua copertina disperatamente bianca). La discussione sembra una triste fotocopia dei dibattiti giovanili da Maria De Filippi: ma non gli va bene nessuno, che cosa pretende, perché non si domanda se non c’è in lui qualcosa che non va, perché non si adatta al mondo che lo circonda?

Se poi capita di discutere dei rapporti con i padri e le madri, dei disastri e le violenze e gli orrori vicini, "normali", il discorso di alcuni su se stessi sembra ricalcare un argomento adulto diffuso: noi giovani ormai abbiamo tutto, i padri non sono più padri e sono "amici", i valori non ci sono più - dunque appena ci negano qualcosa non lo sopportiamo ed esplode la violenza. Senza ordine non c’è autorità possibile.

Sembra di sentire all’opera il modello di S.Patrignano, la comunità organizzata, ciascuno che sta al suo posto e il padre padrone della tradizione patriarcale a stabilire le norme. Paterno e rassicurante. Oppure l’altro modello forte del comunitarismo giovanile di destra, quello di CL – a modo suo anche di riconoscimento e mutuo soccorso giovanile - fondato intorno ai "buoni maestri" e nel riferimento costante alla trascendenza. In fondo per molti cattolici - anche di sinistra, temo - la libertà individuale richiama sempre Wall Street, il mercato o l’orrore del gay-pride; e una comunità di base può esistere solo se i valori di riferimento sono altrove e al di sopra: altrimenti l’umano precipita nel disordine (o nel relativismo della scuola pubblica, di tutti quindi di nessuna verità). Il loro grande nemico mi sembra sempre il vecchio Leopardi e la sua ricerca di un senso per la polis tanto fragile quanto umano, senza Padri ma con molti fratelli e sorelle.

Il punto è che poi molte ragazze e ragazzi, tanto saggi nell’invocare i valori della famiglia, sono anche profondamente insofferenti di fronte ad ogni sollecitazione che li allontani (o minacci di allontanarli) da ciò che sono immediatamente; tanto disponibili in generale ad adattarsi alla società, mi sembrano rifiutare allo stesso tempo qualunque discorso entri in conflitto con le loro istintive propensioni, con il loro desiderio di essere accettati e accettarsi così come sono: io la penso così profe, cosa vuole, cambiarmi? non è giusto.

 

Proprietari giovanili

Ecco allora il profondo odio verso rom, albanesi, cinesi, immigrati in genere. Ovviamente ti dicono che non è razzismo, perché gli "ismi" sono già troppo impegnativi: è che vogliono stare tranquilli "a casa loro" (nei non-luoghi stile McDonald che cercano dappertutto), non avere i problemi degli altri. I buoni valori della carità e dell’accoglienza raramente vanno oltre il giardino di casa propria, o un ambiguo volontariato ridotto a credito certificabile per la propria coscienza, tutto dover-essere, nessuna cura delle esistenze reali, cresciuto nella distruzione del legame sociale postmoderno.

E poi il ragionamento sui paesi poveri e ricchi, sulla disperazione di chi arriva (come degli italiani che andavano, ed è argomento "patrio" che ancora un po’ funziona, ma non ci sono più nonni narrativi, l’anello della memoria si è spezzato ed è come parlare di preistoria o di resistenza…) sembra appartenere al "politico", sa di considerazioni generali, non personali: il personale è apolitico. (Che sia qui il cuore la destra?).

La sinistra invece è come se invitasse sempre un po’ al senso di colpa, sempre in conflitto col mondo e mai con gli altri…

In un certo senso è la felicità il problema.

Mi pare sia in crisi fra questi ragazzi e queste ragazze l’idea di una dimensione pubblica dell’esistenza e della felicità; l’idea che abbia a che fare con la polis, che esista una dimensione interpersonale oltre la propria persona, la propria famiglia, le strade dei propri negozi.


Politica senza polis

Più in generale, la cancellazione dello spazio pubblico della politica potrebbe essere il segno della destra e della sua forza oggi. Berlusconi parla al pubblico con tutto il suo kit di bamboline giovanili operaie imprenditrici, ma non in uno spazio pubblico. Fa una strepitosa televendita, ipnotica e affabulatoria come tutte le televendite (e oggi la comunicazione pubblicitaria "ordinaria" imita i suoi manifesti politici, così il cerchio si chiude); si indirizza ai consumatori atomizzati e aggressivi dello spettacolo politico e in questo campo della politica senza polis, non c’è proprio gara: il messaggio della destra è già della stessa forma del contesto che lo raccoglie, lo ha già prodotto nelle relazioni sociali. I discorsi degli altri restano discorsi di "politici": di gente che non ha mai vissuto, mai lavorato, mai rubato. Come fare a fidarsi? Quello che questo popolo-plebe di proprietari chiede alle istituzioni è di offrire servizi che aumentino non la qualità della vita ma la sua facilità privata; poi chi vale si farà valere, gli altri dovranno vivere il senso di colpa dei perdenti.

Quando da ragazzo io e mio fratello ascoltavamo Bandiera gialla o Per voi giovani (già il mitico Renzo Arbore), ci sentivamo addosso l’orgoglio di appartenere a quella parte del mondo che avrebbe cambiato il mondo. Tutto ci toccava. Oggi mi sembra che molte ragazze e ragazzi abbiano come razionalizzato il loro essere nicchia di mercato, target. Il loro essere ex politico. E cercano di scavarsi uno spazio da coltivare in proprio, al massimo col proprio gruppo.

Attraversa le scuole una specie di disastro del discorso.

Se dai le pagelle o leggi i voti dei compiti, in classe ti chiedono di abbassare la voce, di non farsi sentire – già i compagni sono altri da te e maledettamente vicini. Ma mentre si invoca la "legge sulla privacy" per il gruppo classe, si dichiara senza troppi problemi tutto "l’intimo" in televisione, magari urlando dal tetto della scuola oppure raccontando-recitando (ma fa molta differenza?) le proprie pene in qualche pomeriggio televisivo dove tutti poi giudicheranno tutto. Non c’è vergogna perché sei nello show: nessuno ti conoscerà e tutti ti riconosceranno. Quasi fosse questo l’unico tessuto sociale possibile nell’epoca della felice solitudine del soddisfatto consumatore.

(Tuttavia magari non proprio felice).