Direzione didattica di Pavone Canavese

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02.06.2001

Buttiglione o Fisichella,
dalla brace alla padella !


Verrebbe da aggiornare la canzone inventata per la manifestazione del 25 aprile 94: buttiglione o fisichella, dalla brace alla padella…(allora era fumagalli o, con il secondo sempre portatore di rima). Però fra qualche giorno sapremo davvero il nome del nuovo ministro e chissà se avremo voglia di scherzare (magari La Loggia, dice qualcuno, che non ha l’aria d’essere un grande esperto di scuola, ma forse l’hanno bocciato diverse volte).

Il fatto è che la vittoria del Polo si sarà fermata, come ha scritto arditamente L’Unità, ma dopo tagliato il traguardo (come capita alle vittorie). E la sinistra non va. Confronti, mediazioni, si fanno fra diversi che si riconoscono come tali, pur costruendo terreni comuni. Invece qui si accetta l’altro, purché porti solo i voti o non costringa a cambiare qualcosa di sé. Al massimo si cerca il capo espiatorio, come scrivono i miei studenti, o la formula che mondi possa aprirci – le storte sillabe e secche, infatti, chiedono troppa eticità e conoscenza.

E quante perfette analisi nella sinistra alternativa, sulla necessaria subordinazione flessibile del lavoro intellettuale nell’epoca postfordista, sulla mercificazione del sapere nella globalizzazione… Tutto perfettamente compiuto e confezionato. Globale. Come se fare politica fosse sempre sistemare e spiegare ai minori.

Elaborare linee non è un difficile per noi – specie se siamo maschi e organizzati; è la capacità di sentire le curve il problema: stare nelle città, nelle scuole, senza cercare una cattedra dalla quale esibirsi; costruire reti di contatto, ma proprio di corpi, soggettività, politiche relazioni sessuali, non piattaforme. In fondo o esistono bisogni e desideri fuori dagli ipermercati (che la sinistra non sa riconoscere - che non riconoscono la sinistra), oppure possiamo solo scavare buche e sperare che l’incendio passi sopra senza farci troppo male - ma volete mettere costruire con altri un altro spazio, fare aria fra i rami...

E nella scuola?

Quello slogan del 94 continuava con ma la scuola che faremo sarà bella – perché eravamo ottimisti, anche nella pioggia.

A me piace pensare che la prima forma di resistenza sia costruire altre pratiche alte di socialità e di scuola. Belle. Umane e politiche: aperte al mondo dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze. Un tessuto di linguaggi diversi e ricerca diffusa; di battaglia simbolica e antropologica. Modello per i gruppi parlamentari.

Se vi sembra una pia illusione, anche un po’ ridicola, è possibile che abbiate ragione (addirittura probabile), ma pensate che altro possiamo fare di minimamente felice e cosa abbiamo da perdere.

E poi – prima dei cinque anni di debito scolastico (che speriamo sia formativo) - prendiamoci una vacanza.