Diciamolo a Borrelli
Strana roba le assemblee sindacali di oggi.
Intanto tendono ad assomigliare sempre più a quelle degli studenti, nel senso che
sono molti a mettere la firma, mandare via i ragazzi e poi seguirli a ruota, poco dopo.
Hanno anche le loro ragioni, naturalmente: bambini, spese, mogli o mariti. Stanchezze.
Se cè una cosa che non manca di questi tempi, sono le ragioni dei disimpegni.
Ma è curiosa la forma che mi sembra stia avanzando, di quello che un tempo si
sarebbe detto conflitto sindacale.
Allinizio dellanno, di fronte alla solita "razionalizzazione"
del provveditorato che tagliava alcune classi, gli insegnanti riuniti in assemblea per
metà si sono dedicata ad organizzare i propri "desiderata" nella nuova
situazione; per laltra metà, i "sindacalizzati" più gli ultimi nelle
graduatorie interne, hanno cercato di darsi da fare. Come?
Pensando a qualcosa di simile a forme di lotta o denunce pubbliche, coinvolgimenti di
studenti (ma non era ancora novembre) e famiglie?
Macché.
Nellordine: a) facendo un ricorso gerarchico, magari sponsorizzato dal preside
che-è-più-facile-venga-ascoltato, contro la decisione; b) rivolgendosi alla
magistratura.
Un ricorso gerarchico contro un provveditore che razionalizza. Esistono idee più
bizzarre?
Ma il sogno più forte era quello della magistratura. Il sogno era Borrelli.
Il ricorso al magistrato per sanare lingiustizia subita; subita perché non si
può che subire. Solo unistituzione ti può difendere dallistituzione.
Tantè vero che le sigle sindacali sono oramai diventate una sorta di agenzia di
protezione giuridica, un patronato che mette a disposizione lavvocato e ti accoglie
per la consulenza. Ognuno è in fondo dentro un articolo, un comma, una proroga, nella
pazzesca legislazione scolastica nostrana
La tessera non è un segno
dappartenenza o didentità politica: piuttosto ladesione a un servizio,
labbonamento ad una prestazione.
Allora non sono tanto i giudici che fanno politica, è la politica che si fa ricorso,
magistratura, tribunale. L"opportuno" scompare non dietro alletico,
al "giusto", ma al legittimo.
Mi pare caduta lidea che si possa incidere come soggetti sociali sulle
decisioni amministrative; che si possa partecipare al governo. Unica chance: essere
portatori di un interesse legittimo violato, e ottenere riconoscimento e giustizia.
Restano sul campo solo norme e violazioni/reintegrazioni delle stesse.
Quello che si perde è lo spazio della politica, lo spazio della decisione prima e
dopo la norma. Il luogo di una mediazione capace in una qualche misura di
"autonormarsi".
Ma naturalmente non scompare affatto la politica (come potrebbe?). Solo si ritira
dalla sfera dei governati che appunto la vivono come decisione di livello
superiore, rispetto alla quale è bene avere un superiore che difende e ridiventa
"arte di governo". Per di più nella sua forma moderna, del nuovo principe:
né signore né partito: banca mondiale, super-amministrazione.
E le nuove RSU, se mai ci saranno nella scuola?
Potranno essere un altro organismo di pura burocratica intermediazione
(mega-assemblea provinciale o semplice "terminale" distituto), oppure
scegliere unaltra strada: essere davvero espressione di insegnanti, di una
categoria che potrebbe anche connotare quella rappresentanza non tanto nel senso di una
tradizionale delega sindacale, vertenziale o di mediazione, quanto come un altro punto di
vista: quello sulla scuola di chi la scuola la fa e la vive. E si riconosce in un
"mestiere", unautonomia intellettuale, unindipendenza culturale.
Sarebbe, insomma, un momento di autorappresentazione e autovalorizzazione. Un fatto
politico.
Auguri.
andrea bagni