PICCOLI GENI & GIOVENTÚ BRUCIATE
Un invito alla riflessione e una proposta per un dibattito
(a cura di Paola Tarino)
leggi gli ulteriori contributi sul tema
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Lo spazio riservato alle annotazioni dei
lettori che accompagna la rubrica "Lavagna sullo schermo" ha registrato
un messaggio curioso, inusitato, che, pur cogliendomi impreparata, mi ha stimolato al
punto di pensare fosse opportuno invitare redattori e naviganti del sito a volerlo
dibattere insieme. |
A latere di questi miei rompicapo, mi sono chiesta se "in
materia sindacale" esistesse una forma di tutela per i piccoli lavoratori dello
spettacolo, capace di riguardare sia i trattamenti contributivi e normativi, sia la sfera
psicologica e di coinvolgimento emotivo. In particolare se per i molti ragazzini, da
sempre materia per animare le storie che scorrono sullo schermo, esistano codici, regole,
leggi, che ne cautelino la crescita senza traumi, tesaurizzando opportunamente
l'esperienza e operando in modo da non renderli mostri.
Sapevo dell'esistenza del Sindacato Attori Italiani (SLC-CGIL).
Ho interrogato i motori di ricerca e ho scoperto che dispone di
un sito telematico.
Mi sono sciroppata il contratto ed altri documenti normativi
messi on line, ma non ho trovato nulla, nemmeno un rigo. Si parla di attori, senza
distinzioni di età o di sesso. Ma è sempre possibile scriver loro un'e-mail per tentare di saperne di più.
Sottoponendo il quesito alla mailing-list associata alla webzine
Cinemah, un partecipante romano (pseudonimo Andreij Nikol'evic che insegna scenografia ai
bambini) mi ha spiegato che una volta che il genitore dà l'assenso per far sì che
l'immagine del proprio bambino sia sfruttata a fini televisivi o cinematografici, libera
la produzione da qualsiasi responsabilità civile o penale (a meno che non accada un
incidente al bambino durante la lavorazione).
Le agenzie di casting, che si occupano anche di pubblicità con
minori, hanno a che fare con molti bambini di diverse età (dai neonati agli 11 anni) e
adolescenti (dagli 11 ai 17), ma ogni volta che reclutano un bambino per fini televisivi,
devono rivolgersi ad un'altra agenzia specializzata in minori e controllata dalla legge,
che detiene il materiale fotografico dei minori.
Andreij ha fatto quest'esempio: serve un bambino castano.
L'agente telefona alla suddetta agenzia, quest'ultima manda un
tizio con il materiale fotografico di diversi bambini castani, di cui i genitori hanno
dato l'assenso per far sì che tale materiale venga usato [e già il metodo ricorda il film
"Il Figlio Perduto" di Chris Menges su una rete di pedofili, che
proponeva ai clienti le foto dei ragazzini in base alle richieste su razza, età,
caratteristiche fisiche]. Il tizio fa vedere le foto, l'agente sceglie, ma non prende la
foto in questione, perché che ne sai che l'agente non la possa mettere su un sito
Internet? Il tizio telefona ai famigliari del bambino, dicendo loro che il figlio è stato
opzionato per fare una pubblicità, quindi si concorda un incontro. Le agenzie vanno con i
piedi di piombo per quanto riguarda i minori, ci tengono alla loro immagine, specialmente
le più rinomate, quindi, non rischiano di fare cretinate.
Fanno tutto alla luce del giorno, con genitori consenzienti che
mettono nero su bianco, ai fini di non avere grane con la giustizia.
Quello che dopo accade sul set è diverso.
Si potrebbero fare molti esempi post-traumatici da set.
Andreij ricorda quanto si comportò male Vittorio De Sica con
Enzo Stajola in "Ladri di biciclette", 1948 (un
racconto citato anche nel film: "C'eravamo tanto amati" di Ettore
Scola, 1974).
Al piccolo Stajola non veniva da piangere nella scena in cui il
padre era accusato di aver rubato la bici. De Sica mise dei mozziconi di sigari, ancora
buoni da fumare (era il dopoguerra e quindi non si buttava via niente), nelle sue tasche,
dicendogli che li aveva rubati al legittimo proprietario. Stajola dapprima negò, poi,
trovandoseli in tasca, imbarazzato pianse e De Sica girò la magistrale scena con il
bambino ancora fresco di lacrime.
Altri tempi. É assurdo che al giorno d'oggi (con tutte le leggi sul
maltrattamento dei minori) si ripeta una scena del genere, perché un regista sarebbe
subito accusato. Ma finché un regista non si comporta male con un minore, non rischia
nulla.
Se il bambino resta traumatizzato dall'interpretazione, la
colpa è solo dei genitori che hanno acconsentito. I genitori hanno il diritto di leggere
il copione del film e la scena in particolare, prima di firmare la delibera.
Sicuramente i bambini sul set hanno bisogno di ritrovare un
universo a loro molto familiare. Danny Lloyd, il bambino protagonista di "Shining" (che era lontano da casa sua), aveva accanto Vitali a
cui era molto affezionato e a cui faceva riferimento per qualsiasi cosa dovesse fare e
logicamente Vitali gli diceva di seguire tutte le istruzioni che Kubrick gridava dal
megafono come un ossesso.
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Ci sarebbe anche un folto elenco di
casi patologici: la disturbata Jodie Foster, che da bambina faceva già la pubblicità del
Coppertone, per liberarsi in maniera catartica delle proprie ossessioni ha finito da
adulta con il girare "Il mio piccolo genio", lo
schizofrenico Antoine Doinel, alias Jean Pierre Leaud (scelto
da Truffaut perché "folle" come lui o reso schizofrenico per assimilarlo al
pigmalione di cui continua a essere alter ego post mortem?), il Monello
Jackie Coogan ridotto allo zio Fester della famiglia Addams televisiva, i ragazzini
iraniani dei film di Kiarostami o di Naderi o di Panahi (forse adesso in procinto di
penzolare da una forca o intenti a bastonare come Hezbollah). Non me la vedo la petulante
ragazzina di "Lo Specchio" di Panahi (che una
pessima distribuzione ha scelto di sdoganare proprio in questi giorni estivi) adattarsi
allo chador, sottomessa alle pretese di un matto Pasdaran, ma anche in questo caso quanto
di quel personaggio è tale perché frutto del copione e quanto invece proviene da lei, o
più probabilmente quanto viene condizionato della sua personalità a partecipare ad un
gioco su cui non ha che un controllo parziale, al punto che c'è il dubbio sull'effettiva
fiction anche sul suo rifiuto di continuare il "gioco". |
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Come mai quando si tratta di ragazzini il dubbio sulla veridicità delle riprese si fa più forte? È perché gli infanti sono più naturali e ciò significa che si immergono pericolosamente nel personaggio, o è perché al momento di una presenza di minori sul set si adottano accorgimenti tali che il livello di realtà tende a confondersi con la simulazione e quindi si ha naturalmente una risposta al quesito di partenza sull'esistenza di regole (magari come in questa ipotesi non scritte)? Allo stesso modo, ripetere la propria vicenda può essere stato terapeutico?
Anche in questo caso, per quanto le bambine del film "La mela" abbiano rivissuto un esperienza traumatica (o le abbiano filmate mentre la vivevano), avevano un loro universo su cui fare sempre affidamento per non sentirsi del tutto spaesate e terrorizzate. Non è certo il paradiso, ma è tutto quello che hanno. Sarebbe interessante analizzarne le reazioni, se fossero state riprese in un luogo a loro non familiare.
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Far ripetere ad un bambino un esperienza traumatica è comunque un arma a doppio taglio, dipende sempre dal loro carattere e dall'ambiente in cui sono cresciuti.
Mi piace pensare che i ragazzini di "Zero de Conduite" si siano divertiti come dei matti a mettere in scena tanti e tali sberleffi antiautoritari, mentre l'alcolismo di Judy Garland e di sua figlia trovino ragione nell'industria hollywoodiana del mago di Oz. Magari i primi furono invece dei collaborazionisti dei nazisti e avrebbero potuto impersonare gli antisemiti di "Arrivederci ragazzi" di Malle per reazione all'anarchismo di Vigo ed invece la famiglia Minnelli forse si è salvata da altri più gravi destini proprio per il successo precoce.
Con
la giusta "ratio" un bambino può crescere bene anche se destinato a passare la
sua vita da un set all'altro.
Ci sono stati bambini che hanno iniziato in età precoce a fare
film o pubblicità e non hanno certo avuto una vita normale, perché gli è mancata la
parte ludica dell'infanzia, quando si fa amicizia con altri bambini o si fanno le vacanze,
ma la colpa è solo dei genitori che non hanno pensato che gli potesse mancare tutto ciò,
o peggio, non se ne sono accorti. Un genitore cosciente che avesse un figlio impegnato su
un set, dopo un po' lo farebbe smettere, almeno il tempo per godersi gli amici e stare
tranquillo, lontano dalle luci artificiali. É una questione di coscienza.
In ogni caso è meglio che un bambino lavori in un film
piuttosto che buttato in mezzo ad una strada a spacciar droga.
Ahhh
la matassa si complica. Forse meglio stendersi su
un lettino sotto l'ombrellone.
Ringrazio lo psicologo dell'età evolutiva per aver posto la
questione, di certo non gli avrò dato informazioni utili, ma forse un po' di materia su
cui riflettere. Ringrazio Andreij di Cinemah per la sua preziosa collaborazione.
I lettori ed i redattori di pavonerisorse sono invitati a dire la loro, fateci sapere inoltre se conoscete testi, studi, analisi o situazioni in cui si è operato per tutelare l'igiene mentale dei ragazzini coinvolti nella lavorazione di un film.