Direzione didattica di Pavone Canavese

PICCOLI GENI & GIOVENTÚ BRUCIATE
Un invito alla riflessione e una proposta per un dibattito

(a cura di Paola Tarino)

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Enzo Stajola in Ladri di biciclette,1948

Vinicius De Oliveira in Central do Brasil, 1998

 

Lo spazio riservato alle annotazioni dei lettori che accompagna la rubrica "Lavagna sullo schermo" ha registrato un messaggio curioso, inusitato, che, pur cogliendomi impreparata, mi ha stimolato al punto di pensare fosse opportuno invitare redattori e naviganti del sito a volerlo dibattere insieme.
Non si tratta per una volta di una segnalazione cinematografica dedicata a suggerire possibili dissolvenze incrociate tra film, pianeta infanzia ed universi scolastici, bensì di una richiesta di "informazioni riguardo alle attenzioni da dedicare ai bambini coinvolti nelle lavorazioni di film".
A porla è uno psicologo romano dell'età evolutiva.

"Bella domanda - ho subito pensato - Peccato sia estate e le vacanze suscitino vieppiù la voglia di cercare refrigerio in luoghi meno virtuali, altro che dibattito …".
La mia prima reazione, confesso, è stata di essere attraversata nell'ordine dai seguenti interrogativi (buonisti o maligni essi siano):
"Ma occorrerà proprio e davvero dedicare agli attori in erba attenzioni particolari, diverse, speciali, rispetto ai bambini che vivono dall'altra parte dello schermo o a quelli (di cui spesso si è parlato anche nelle pagine di questo sito) che sono costretti ad essere sfruttati, perché resi oggetto di violenze fisiche, sessuali, morali e psicologiche?
E se sì, chi dovrà avere queste attenzioni? I genitori, che devono essere consenzienti, a parte il fatto di stabilire se non siano proprio loro ad avere dimenticato di prestare attenzione ai figli, costringendoli, magari loro malgrado, a varcare il sipario per esporli sotto i riflettori e alla luce della ribalta?
(Subito il mio immaginario era corso al film "Bellissima" di Luchino Visconti)
I registi e gli autori che li hanno scritturati, che ne hanno intuito il precoce talento o che li hanno usati solo perché funzionali alle loro creazioni artistiche?
L'industria dello spettacolo, la lobby hollywoodiana, lo star-system, la televisione, la carta stampata? Gli spettatori? I piccoli fans? Gli insegnanti e gli educatori? Gli psicologi e i neuropsichiatri dell'età evolutiva?"
E poi: "É possibile ribaltare la domanda? Perché vedere solo i possibili danni derivanti dalla partecipazione alla produzione di un film e non piuttosto il gioco e addirittura un metodo per superare patologie dell'infanzia? É corretto parlare di sfruttamento anche nel loro caso, alla stregua dei milioni di minori attaccati ai telai o che si rovinano la crescita cucendo palloni in sud est asiatico, o che fanno i carpentieri in cantieri a rischio? Forse sì, forse no: è un gioco fare l'interprete bambino o si tratta comunque di lavoro, di certo stipendiato, nella maggior parte dei casi persino lautamente?".

A latere di questi miei rompicapo, mi sono chiesta se "in materia sindacale" esistesse una forma di tutela per i piccoli lavoratori dello spettacolo, capace di riguardare sia i trattamenti contributivi e normativi, sia la sfera psicologica e di coinvolgimento emotivo. In particolare se per i molti ragazzini, da sempre materia per animare le storie che scorrono sullo schermo, esistano codici, regole, leggi, che ne cautelino la crescita senza traumi, tesaurizzando opportunamente l'esperienza e operando in modo da non renderli mostri.
Sapevo dell'esistenza del Sindacato Attori Italiani (SLC-CGIL).
Ho interrogato i motori di ricerca e ho scoperto che dispone di un sito telematico.
Mi sono sciroppata il contratto ed altri documenti normativi messi on line, ma non ho trovato nulla, nemmeno un rigo. Si parla di attori, senza distinzioni di età o di sesso. Ma è sempre possibile scriver loro un'e-mail per tentare di saperne di più.

Sottoponendo il quesito alla mailing-list associata alla webzine Cinemah, un partecipante romano (pseudonimo Andreij Nikol'evic che insegna scenografia ai bambini) mi ha spiegato che una volta che il genitore dà l'assenso per far sì che l'immagine del proprio bambino sia sfruttata a fini televisivi o cinematografici, libera la produzione da qualsiasi responsabilità civile o penale (a meno che non accada un incidente al bambino durante la lavorazione).
Le agenzie di casting, che si occupano anche di pubblicità con minori, hanno a che fare con molti bambini di diverse età (dai neonati agli 11 anni) e adolescenti (dagli 11 ai 17), ma ogni volta che reclutano un bambino per fini televisivi, devono rivolgersi ad un'altra agenzia specializzata in minori e controllata dalla legge, che detiene il materiale fotografico dei minori.

Andreij ha fatto quest'esempio: serve un bambino castano.
L'agente telefona alla suddetta agenzia, quest'ultima manda un tizio con il materiale fotografico di diversi bambini castani, di cui i genitori hanno dato l'assenso per far sì che tale materiale venga usato [e già il metodo ricorda il film "Il Figlio Perduto" di Chris Menges su una rete di pedofili, che proponeva ai clienti le foto dei ragazzini in base alle richieste su razza, età, caratteristiche fisiche]. Il tizio fa vedere le foto, l'agente sceglie, ma non prende la foto in questione, perché che ne sai che l'agente non la possa mettere su un sito Internet? Il tizio telefona ai famigliari del bambino, dicendo loro che il figlio è stato opzionato per fare una pubblicità, quindi si concorda un incontro. Le agenzie vanno con i piedi di piombo per quanto riguarda i minori, ci tengono alla loro immagine, specialmente le più rinomate, quindi, non rischiano di fare cretinate.
Fanno tutto alla luce del giorno, con genitori consenzienti che mettono nero su bianco, ai fini di non avere grane con la giustizia.

Quello che dopo accade sul set è diverso.
Si potrebbero fare molti esempi post-traumatici da set.
Andreij ricorda quanto si comportò male Vittorio De Sica con Enzo Stajola in "Ladri di biciclette", 1948 (un racconto citato anche nel film: "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola, 1974).
Al piccolo Stajola non veniva da piangere nella scena in cui il padre era accusato di aver rubato la bici. De Sica mise dei mozziconi di sigari, ancora buoni da fumare (era il dopoguerra e quindi non si buttava via niente), nelle sue tasche, dicendogli che li aveva rubati al legittimo proprietario. Stajola dapprima negò, poi, trovandoseli in tasca, imbarazzato pianse e De Sica girò la magistrale scena con il bambino ancora fresco di lacrime.

Altri tempi. É assurdo che al giorno d'oggi (con tutte le leggi sul maltrattamento dei minori) si ripeta una scena del genere, perché un regista sarebbe subito accusato. Ma finché un regista non si comporta male con un minore, non rischia nulla.
Se il bambino resta traumatizzato dall'interpretazione, la colpa è solo dei genitori che hanno acconsentito. I genitori hanno il diritto di leggere il copione del film e la scena in particolare, prima di firmare la delibera.
Sicuramente i bambini sul set hanno bisogno di ritrovare un universo a loro molto familiare. Danny Lloyd, il bambino protagonista di "Shining" (che era lontano da casa sua), aveva accanto Vitali a cui era molto affezionato e a cui faceva riferimento per qualsiasi cosa dovesse fare e logicamente Vitali gli diceva di seguire tutte le istruzioni che Kubrick gridava dal megafono come un ossesso.

Jackie Coogan in Il Monello, 1921

Ci sarebbe anche un folto elenco di casi patologici: la disturbata Jodie Foster, che da bambina faceva già la pubblicità del Coppertone, per liberarsi in maniera catartica delle proprie ossessioni ha finito da adulta con il girare "Il mio piccolo genio", lo schizofrenico Antoine Doinel, alias Jean Pierre Leaud (scelto da Truffaut perché "folle" come lui o reso schizofrenico per assimilarlo al pigmalione di cui continua a essere alter ego post mortem?), il Monello Jackie Coogan ridotto allo zio Fester della famiglia Addams televisiva, i ragazzini iraniani dei film di Kiarostami o di Naderi o di Panahi (forse adesso in procinto di penzolare da una forca o intenti a bastonare come Hezbollah). Non me la vedo la petulante ragazzina di "Lo Specchio" di Panahi (che una pessima distribuzione ha scelto di sdoganare proprio in questi giorni estivi) adattarsi allo chador, sottomessa alle pretese di un matto Pasdaran, ma anche in questo caso quanto di quel personaggio è tale perché frutto del copione e quanto invece proviene da lei, o più probabilmente quanto viene condizionato della sua personalità a partecipare ad un gioco su cui non ha che un controllo parziale, al punto che c'è il dubbio sull'effettiva fiction anche sul suo rifiuto di continuare il "gioco".
Ma soprattutto quanto di quello che per Mina (la protagonista del film di Panahi) era se stessa prima viene salvaguardato dopo essere stata quella Mina, che si ribella all'ingerenza e allo stress delle riprese nel caos del traffico?
O quale impatto avrà avuto sul ragazzo che ha impersonato Iqbal far rivivere una figura così eroica o cosa avranno sopportato i due Giosué (oltre alla vicinanza di Roberto Benigni in "La vita è bella" e di Walter Salles in "Central do Brasil") centrali nei rispettivi racconti, solo per nominare gli ultimi divi in erba. Che fine avrà fatto l'interprete di Sciuscià e quale incidenza sul suo equilibrio può aver avuto lo spegnimento dei riflettori quando è rientrato nei ranghi?
E le due ragazzine di "La Mela" di Samira Makhmalbaf che interpretano il proprio stesso dramma, già di per sé sufficiente per segnare tutta una vita, con quale stato d'animo avranno affrontato le riprese e fino a che punto si tratta di fiction, anziché documenti di riprese video "autentiche", come vengono spacciate quelle all'inizio del film?

Yella Rottländer in Alice nelle città, 1973

Come mai quando si tratta di ragazzini il dubbio sulla veridicità delle riprese si fa più forte? È perché gli infanti sono più naturali e ciò significa che si immergono pericolosamente nel personaggio, o è perché al momento di una presenza di minori sul set si adottano accorgimenti tali che il livello di realtà tende a confondersi con la simulazione e quindi si ha naturalmente una risposta al quesito di partenza sull'esistenza di regole (magari come in questa ipotesi non scritte)? Allo stesso modo, ripetere la propria vicenda può essere stato terapeutico?

Anche in questo caso, per quanto le bambine del film "La mela" abbiano rivissuto un esperienza traumatica (o le abbiano filmate mentre la vivevano), avevano un loro universo su cui fare sempre affidamento per non sentirsi del tutto spaesate e terrorizzate. Non è certo il paradiso, ma è tutto quello che hanno. Sarebbe interessante analizzarne le reazioni, se fossero state riprese in un luogo a loro non familiare.

Lillian Gish in The scarlet letter, 1926

Massoumeh e Zahra Naderi in Sib (La mela), 1998

Far ripetere ad un bambino un esperienza traumatica è comunque un arma a doppio taglio, dipende sempre dal loro carattere e dall'ambiente in cui sono cresciuti.

Mi piace pensare che i ragazzini di "Zero de Conduite" si siano divertiti come dei matti a mettere in scena tanti e tali sberleffi antiautoritari, mentre l'alcolismo di Judy Garland e di sua figlia trovino ragione nell'industria hollywoodiana del mago di Oz. Magari i primi furono invece dei collaborazionisti dei nazisti e avrebbero potuto impersonare gli antisemiti di "Arrivederci ragazzi" di Malle per reazione all'anarchismo di Vigo ed invece la famiglia Minnelli forse si è salvata da altri più gravi destini proprio per il successo precoce.

Con la giusta "ratio" un bambino può crescere bene anche se destinato a passare la sua vita da un set all'altro.
Ci sono stati bambini che hanno iniziato in età precoce a fare film o pubblicità e non hanno certo avuto una vita normale, perché gli è mancata la parte ludica dell'infanzia, quando si fa amicizia con altri bambini o si fanno le vacanze, ma la colpa è solo dei genitori che non hanno pensato che gli potesse mancare tutto ciò, o peggio, non se ne sono accorti. Un genitore cosciente che avesse un figlio impegnato su un set, dopo un po' lo farebbe smettere, almeno il tempo per godersi gli amici e stare tranquillo, lontano dalle luci artificiali. É una questione di coscienza.
In ogni caso è meglio che un bambino lavori in un film piuttosto che buttato in mezzo ad una strada a spacciar droga.
Ahhh … la matassa si complica. Forse meglio stendersi su un lettino sotto l'ombrellone.


Ringrazio lo psicologo dell'età evolutiva per aver posto la questione, di certo non gli avrò dato informazioni utili, ma forse un po' di materia su cui riflettere. Ringrazio Andreij di Cinemah per la sua preziosa collaborazione.

I lettori ed i redattori di pavonerisorse sono invitati a dire la loro, fateci sapere inoltre se conoscete testi, studi, analisi o situazioni in cui si è operato per tutelare l'igiene mentale dei ragazzini coinvolti nella lavorazione di un film.