Pavone Risorse


 

(27.12.2012)

Bisogna saper scegliere - di Marina Boscaino

Le imminenti primarie del centrosinistra propongono candidati che - del tutto controcorrente rispetto a quelle che sono le urgenze condivise del nostro Paese - hanno il coraggio di porre la scuola statale al centro della propria agenda. Si tratta effettivamente di un gesto coraggioso, considerando che la scuola non ha né appeal mediatico né (erroneamente) rappresenta  una priorità negli interessi degli italiani che non vi siano direttamente coinvolti: studenti, lavoratori, genitori. il coraggio del gesto è motivato dal fatto che la storia politica di questi candidati è strettamente legata alla scuola: Simonetta Salacone, come dirigente scolastico; Umberto D'Ottavio come amministratore (è assessore all'Istruzione della Provincia di Torino). E si tratta di una scelta controcorrente, tanto più che - ad esempio - l'Agenda Monti relega il tema scuola in un angolo di buoni propositi di buon senso, senza spendere parole significative in merito ai problemi che hanno angustiato la scuola negli ultimi anni, né sul metodo per affrontarli.

Quali possono essere le priorità relative alla scuola in un programma politico di governo di una forza progressista? Cambiare rotta davvero significa provare a determinare qualche elemento davvero imprescindibile e poi praticarlo concretamente, con precise destinazioni di risorse economiche, umane, professionali, culturali, in un ambito che, emerso da lustri di incuria e di sottovalutazione, avrebbe bisogno della concentrazione su molti più elementi di quanti io abbia messo in rilievo.

1) Innanzitutto parlare di scuola. Restituire, cioè, alla scuola la propria specificità: temi, analisi, proposte, riflessioni dovrebbero ricondurre costantemente ad un modello pedagogico-didattico (che evidenzi innanzitutto che la scuola serve per educare, istruire, rendere cittadini giovani in formazione) e non a questioni di bilancio e di contrazione di spesa.

2) Innalzamento dell’obbligo scolastico. Siamo l’unico Paese europeo che prevede un obbligo di istruzione – e non scolastico – a 16 anni. Da noi l’ultimo anno del biennio delle superiori (ad esempio la V ginnasio) ha lo stesso effetto dal punto di vista dell’adempimento dell’obbligo di un anno di apprendistato, o di un anno speso nella formazione professionale. Nonostante il principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione), licenziamo sedicenni con competenze culturali e di cittadinanza molto differenti, in coerenza con le loro provenienze socio-economiche-culturali: la scuola non più come strumento che rimuove “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, ma come elemento di immobilizzazione di destini socialmente determinati.

 

3) Generalizzazione ed effettiva laicizzazione della scuola dell’infanzia. La frequenza della scuola dell’infanzia rappresenta un elemento qualificante del percorso scolastico di un individuo. Diversi studi affermano la sua incidenza sulla maggiore o minore propensione alla dispersione o al ritardo scolastici, con tutte le conseguenze – anche a livello sociale – che ciò comporta. Le scuole dell’infanzia sono oggi per il 16% paritarie. E questo da una parte contraddice quanto la Costituzione afferma al comma 2 dell’art. 33 “La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”; dall’altra dà buon gioco ai sostenitori della parità scolastica (che a sua volta contravviene al “senza oneri per lo Stato” previsto dallo stesso articolo della Costituzione) di ribadire la necessità di quella norma. Sta di fatto che l’81% delle scuole paritarie sono confessionali. Il che crea un corto circuito pericolosissimo, che vìola una serie di principi, quali quelli richiamati nonché la libertà di insegnamento.

4) Lotta senza quartiere alla dispersione scolastica. La strategia di Lisbona prima, poi UE 2020 hanno invitato il nostro Paese ad individuare anticorpi rispetto alla dispersione; ma i progressi fatti dal 2000 ad oggi sono piuttosto irrilevanti e rimane una percentuale di dispersione pari al 18%, che ci colloca tra i Paesi più in difficoltà da questo punto di vista. Insieme all’innalzamento dell’obbligo scolastico, la lotta alla dispersione prevede una reale riforma della scuola, che – nella differenza delle situazioni geo-sociali – individui elementi di garanzia per l’apprendimento di tutti, livelli minimi di prestazioni, conoscenze e competenze imprescindibili di cui ciascun cittadino italiano deve essere dotato entro l’età dell’obbligo. In più, il fenomeno della dispersione prevede una revisione di alcuni elementi formali – formazione delle classi, ad esempio – e sostanziali – modelli relazionali e didattici – la realizzazione dei quali (insieme all’introduzione di figure di specialisti nelle scuole a rischio), implicherebbe un forte investimento nella formazione dei docenti.

5) È di tutta evidenza che scuole insicure rappresentino un ossimoro intollerabile. L’edilizia scolastica è uno degli elementi su cui le promesse elettorali indugiano, salvo dimenticanze di lungo e di breve periodo. Fatto sta che, anno dopo anno, registriamo episodi che mettono a rischio l’incolumità immediata e non (si pensi al problema dell’amianto) di studenti e lavoratori. Un piano speciale per l’edilizia scolastica non potrebbe rappresentare un modo per incentivare la ripartenza dell’economia?

6) Personale della scuola: sistema di reclutamento, formazione iniziale e formazione in itinere sottratti anch’essi alle logiche che da una parte hanno creato la piaga del precariato, dall’altra hanno alimentato continui cambiamenti delle regole, fino allo scandalo delle prove preselettive dei concorsi per dirigente e per docente. Rendere la docenza scolastica una professione appetibile significa inoltre anche motivare chi vi accede attraverso salari realmente in linea con quelli europei e condizioni di lavoro analoghe: luoghi per lo studio e la ricerca, dotazioni di strumenti tecnologici, accesso privilegiato all’acquisto di materiale culturale. E significa, soprattutto, combattere accostamenti impropri ammantati di ideologia neoliberista quali quello del termine “produttività” alla professione docente.

7) Infine, democrazia scolastica. Arrestare senza tentennamenti la deriva mercantilistica che ha caratterizzato non solo l’approccio alle politiche scolastiche, ma persino alcune proposte (a partire dalla legge sull’autonomia del ’97, fino al ddl Aprea e successive modificazioni). La scuola deve essere restituita alla sua funzione di istituzione dello Stato (come la magistratura), che persegue fini di interesse generale e sottratta alla funzione di servizio che le scelte politiche ed amministrative le hanno attribuito dal ’93 ad oggi. Non occorre inventare strategie particolari: è tutto scritto nella Costituzione, a partire dal concetto di autonomia, che malauguratamente è stato usato nel ’97, configurando un percorso estremamente differente da quello prefigurato dalla Carta. Un’autonomia nello Stato e non dallo Stato, che si articoli in particolare attraverso l'indipendenza dagli esecutivi di turno, con i quali si dovrà interagire, ma in un autogoverno autonomo, a cominciare da un ripristinato ruolo del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, non più presieduto dal ministro.

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