Direzione didattica di Pavone Canavese

(6.11.2005)

Pensare senza patente! - di Marco Guastavigna

Anche quest'anno partecipo ad un dibattito nell'ambito del settembre pedagogico, sul tema del rapporto tra tecnologie, apprendimento e cittadinanza. Per l'occasione ho preparato un'invettiva.

Con buona pace dell'ex-scritturale Chiàrchiaro, antesignano della certificazione di pseudo-competenze, uno degli obiettivi è la patente europea del computer, la proposta formativa meno convincente e più avvilente che abbia attraversato la scuola negli ultimi anni, della quale mi vanto di essere privo a quasi tutto il 2005, data di importanti ricorrenze, in campo storico-culturale ma anche tecnologico-comunicativo: siamo infatti a quindici anni dalla produzione della prima pagina web e a 10 dalla realizzazione di Windows 95, primo sistema operativo per pc a consentire in modo diretto ed automatico all'accensione del medesimo l'accesso all'interfaccia grafico-simbolica, mutuata dall'ambiente Mac, dove era già da tempo utilizzata, e destinata negli anni successivi a interessare, in particolare con GNOME e KDE, anche il mondo Linux.

Sono ormai più di due lustri, insomma, che un computer destinato all'uso di massa - ricordo ancora di essere andato a comperare il mio ultimo sistema operativo su dischetti in un ipermercato vicino alla scuola dove allora lavoravo - si affida alla capacità profonda dell'utente di interpretare le icone, i menu e le altre componenti visive di ciò che di volta in volta gli si presenta sul monitor.
Windows 95 segnava insomma una svolta di tipo copernicano rispetto all'interfaccia a comando, nel quale l'utente doveva conoscere preventivamente gli ordini da dare di volta in volta al computer da una parte, genericamente, per farlo funzionare e dall'altra, più specificamente, per trovare le corrispondenze tra le proprie intenzioni di elaborazione e le procedure e le modalità per farle realizzare al computer stesso. Si riduceva la richiesta specialistica, esclusiva, a favore dell'usabilità generale, inclusiva, il tutto ovviamente per estendere il mercato.

Al centro della relazione tra uomo e macchina vengono così poste la riflessione consapevole dell'individuo, la capacità di interrogarsi sul senso e sulla direzione operativa degli ambienti di volta in volta proposti, la possibilità di fare e verificare ipotesi e, di conseguenza, di costruire e consolidare percorsi e strategie personali, grazie anche alla ridondanza funzionale che caratterizza l'interfaccia, che conservava allora e conserva adesso le scorciatoie da tastiera (proposte a suo tempo per non allontanare coloro che erano abituati ad agire per comandi), ridondanza che si esplica soprattutto nelle corrispondenze operative tra voci di menu (impostisi già in molti programmi sotto DOS) e barre degli strumenti (le vere novità logico-visive, composte da icone con etichette a comparsa).
A queste caratteristiche, riassumibili nella vocazione dell'interfaccia ad essere esplorata sul piano cognitivo e in quella delle persone ad esplorare, a comprendere ed agire in modo progressivo, valorizzate in modo straordinario dalla flessibilità del supporto, si deve, tra l'altro, il fatto che molti hanno imparato a svolgere mediante i dispositivi digitali attività comunicative a cui diversamente probabilmente non si sarebbero mai accostati.
Per qualche anno il tutto si riflette positivamente anche a scuola: se non di matetica, si può certamente parlare di sperimentazione operativa e cognitiva: i pc entrano in modo massiccio nei percorsi di apprendimento, agli studenti di tutti gli ordini di scuola sono proposte attività che integrano in modo importante il contesto formativo.

Poi, più o meno al girare del millennio, il disastro.

Si comincia a parlare di competenze tecnologiche, di capacità assoluta di usare il computer (dimenticando che, come ho appena sintetizzato, i produttori di computer e di software avevano fatto e stanno facendo di tutto per rendere i loro prodotti usabili, ovvero per quanto più è possibile rapidamente intuibili), della necessità di certificare secondo un syllabus tale capacità. E così anche la scuola, dal ministero al singolo istituto, cade nella spirale dell'ECDL, meccanismo lobbistico di induzione del business: si pagano i corsi; si pagano gli esami; si pagano i materiali didattici: si compera la qualifica di test center: si compera, attraverso l'acquisizione della patente, la certificazione necessaria per fare l'addestratore e così via. L'ECDL, decide l'entourage di Mario Fierli, può diventare anche il riferimento per la formazione degli insegnanti: come non ricordare con amarezza il percorso A di ForTic, con i moduli che proponevano attività pensate per il lavoro esecutivo degli impiegati della pubblica amministrazione?
Il business nel frattempo si diffonde: fare riferimento all'ECDL conviene. I contenuti "formativi" sono addestrativi, centrati sul funzionamento della macchina e sul lessico di settore, è facile marcare e mantenere le distanze con gli utenti principianti e contemporaneamente ammiccare ai "veri esperti", è semplice dividere i contenuti in pacchetti modulari, a loro volta riproducibili ed erogabili, se non da chiunque, almeno da tutti coloro che, patente in tasca, abbiano un minimo di confidenza con un pc. Non è necessaria alcuna rielaborazione, non sono nemmeno concepiti la mediazione culturale e l'adattamento al contesto tipica delle attività di istruzione: non scherziamo, si parla di pc con il linguaggio dei pc! E, guai a chi confonde bit e byte....
Un po' di demagogia non guasta: inizialmente il progetto Fierli prometteva addirittura la gratuità degli esami per gli insegnanti; più ragionevolmente i successori sono andati nella direzione delle convenzioni e degli accordi, ottenendo sconti. Ovviamente, a fianco dello sbandieramento del numero degli iscritti ai percorsi del MIUR, non vi è alcun dato (almeno per quanto ne so) su quanti abbiano effettivamente sostenuto gli esami - e meno ancora su che cosa questo abbia modificato nel profilo professionale e/o nella relazione didattica. In compenso, nell'immaginario corporativo si favoleggiava di punteggi in graduatoria, di accelerazioni di carriera e così via
. Conosco personalmente soggetti che hanno presentato l'ECDL ai recenti concorsi IRRE...
I protocolli per i finanziamenti con fondi europei ci mettono del loro: fare riferimento ai percorsi dell'ECDL avvantaggia le agenzie della formazione professionale, che trovano così una sorta di grimaldello contrattuale per giustificare le loro contaminazioni nell'istruzione dello Stato, soprattutto laddove non vi siano direttamente le competenze (o le certificazioni) per addestrare gli allievi all'uso del PC. E così nelle aule delle scuole entrano giovincelli, il cui status di esperto è certificato dall'agenzia che fa le convenzioni con gli enti locali e i diversi istituti, spesso vittime di contratti di lavoro "atipico", il più delle volte assolutamente non in grado di tenere a bada gli adolescenti a cui erogano il loro corso: i laboratori di molte scuole sono ormai Internet café gratuiti, in cui i ragazzi navigano scompostamente su Internet, chattando in barba ai divieti, mentre l'esperto di turno si parla addosso, blaterando di stili di word, di celle di excel, di campi di access, rimpiangendo ad alta voce nei casi più patetici il DOS, che davvero permetteva di capire come funziona un pc... I pc medesimi nel frattempo si piantano e si "bloccano" e ne è necessaria una manutenzione continua: gli assistenti tecnici ed i responsabili di laboratorio impazziscono tra filtri per Internet, firewall, antivirus, spyware e chi più ne ha più ne metta.
Il tutto, ovviamente, facendo trionfare la dipendenza delle capacità comunicative su supposto digitale da Microsoft. Non si parla di foglio di calcolo, ma di excel; niente database, ma access, e così via. Non che sostituire ad un modello addestrativo l'altro possa cambiare le cose, anche se, ahimé, c'è chi pensa che la democrazia cognitiva si attui sostituendo all'addestramento su Windows quello su Linux e quindi si gloria di promuovere l'accesso agli esami ECDL con il software open source.

Mentre nella scuola cresce a macchia d'olio questa visione provinciale dell'uso delle TIC, il mondo va in tutt'altra direzione, dialettica ed allargata.
Basta andare in un supermercato delle tecnologie (i miei nuovi sistemi operativi su CD e DVD - buon ultimo Tiger per Mac - li ho comperati lì) per rendersene conto.
Prima di tutto, si sono diffusi appunto anche i Mac, anche se una vulgata diffusa tra gli "espertoni" continua ad affermare che "servono davvero" solo a chi fa grafica e/o video. In ogni non danno moto fastidio a Bill G.: sono ancora per un pubblico di nicchia; costano di più dei pc e soprattutto degli assemblati; hanno meno software, in particolare di intrattenimento - a sua volta in genere più caro; è più difficile ricorrere a Internet per ampliare in modo più o meno lecito il proprio numero di programmi; Virtual PC o Guest, gli "accrocchi" che rendono possibile installare su una macchina Mac i software per Windows, sono poco conosciuti, costosi, mal distribuiti, quasi introvabili a scaffale. Soprattutto, sono di nuovo più costose e meno diffuse le periferiche (stampanti, dispositivi multimediali vari, supporti e strumenti per lo stoccaggio dei dati e così via) concepite per entrare in rapporto con un computer Macintosh. Non tutti i palmari e pressoché nessun cellulare multimediale, poi, sono nelle condizioni hardware e software di comunicare con MacOSX. Ci si mettono anche coloro che producono pagine per Internet: chi naviga con Mac ha in qualche caso meno diritto di accesso e di interazione. Alcuni webmaster sono poi così ignoranti che non si pongono nemmeno il problema: lo si vede dalle dichiarazioni di ottimizzazione, altro attentato all'usabilità dei materiali, il criterio (di marketing) che guida invece coloro che di TIC si occupano in modo davvero intelligente e di lungo respiro.
Minori diritti, a dire la verità, li ha anche chi usa l'open source e Linux in particolare. Litiga con dispositivi (a partire dalle stampanti: mi scriva chi ha trovato i driver per Linux nell'acquistarne una) e con pagine web, nel primo caso in misura superiore anche ad un utente Mac.

I tre grandi sistemi operativi, per altro, interagiscono tra loro in modo a livello di singolo computer e di portabilità di massima dei dati in modo ormai pressoché totale per quanto riguarda dati e files più diffusi. Grazie alle distribuzioni live, è possibile provare Linux senza doverlo installare. Soprattutto, Windows, MacOSX e Linux propongono sul piano logico-visivo, come già accennato, ormai tutti la medesima interfaccia ed è quindi possibile andare nella direzione della trasversalità e della trasferibilità dei percorsi interpretativi e dell'assegnazione di senso e scopo precedentemente descritti. Insomma, un altro profilo cognitivo e di conseguenza professionale aperto e dinamico, che faccia dell'esplorazione intenzionale la sua bussola, è possibile.

Il solo prerequisito è il pensiero divergente, fortunatamente non certificabile.

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