30.04.2005
Non capita spesso però. Non capita a scuola.
Il primo rischio qui è che resistenza e costituzione si riducano a materie scolastiche, capitoli fra gli altri. E non sono tanto sicuro si depositi qualcosa fuori della dimensione delle lezioni e dei voti, magari come senso della storia e dello stato. Pochi giorni fa mi sono trovato con classi intere che non chiedevano ma pretendevano di passare tutta la mattina a guardare in tv i funerali di Giovanni Paolo II. Come si poteva non permetterlo? Una ragazza mi ha detto che ha fatto molti miracoli e ha fermato una guerra; quale?, una. Che importanza ha se ci sono dei non cattolici o non credenti, perché dovrebbero impedirci qualcosa a noi che siamo italiani? (e infatti si guardano bene quelli, per paura di essere odiati temo, dal chiedere qualcosa). Ma il senso della storia e della misura non è meno in crisi fuori delle aule, anzi. Forse proprio nel luna park di riti, spettacolo, santità (subito!), mitologia che festeggia dappertutto, il bisogno di guide e riferimenti forti cresce e attrae ragazze e ragazzi (che hanno sinceramente, mi sembra, vissuto l'evento come l'Evento).
Ma io continuo a pensare che c'è anche altro in questo vuoto di senso, fiera mediatica delle appartenenze. Una specie di distanza da tutto, che può essere spazio di ricerca e apertura.
Non che sia più facile per questo parlare dei valori della resistenza e della costituzione. Anzi un discorso che tende semplicemente a farne un oggetto di venerazione, se finisce nella retorica e nella nostalgia non funziona (forse funziona solo se parlano i vecchi partigiani: allora la legge scritta diventa vita, speranza di cambiamento per la quale si può morire; e anche la famosa violenza, una specie di autonegazione: difesa e prefigurazione di un'altra società che dica mai più guerra, tessuto e pratica di liberazione). Ma il disastro del teatro politico presente getta la sua luce sul passato della repubblica e non è un bel vedere; difficile riproporlo, difficile pensarlo (e farlo pensare) riformabile.
Il punto mi sembra quel vuoto-apertura di cui dicevo. La forza di quelli che vogliono farla finita con le lungaggini della democrazia parlamentare (più numerosi di Berlusconi, basta guardare gli statuti regionali presidenzialisti che riducono le assemblee elettive a poco più di organismi consultivi) è la crisi del sistema dei partiti e della rappresentanza. Ridotti a comitati elettorali di un volto e a cura del proprio collegio. Se i "corpi intermedi" restano questi, se la cittadinanza orfana di partito resta chiusa nelle sue casette, chiaro che il messaggio che offre di scavalcare tutto e affidarsi direttamente al Premier funziona.
Il fatto è che c'è altro in quella crisi. Anche
per ragazze e ragazzi credo (se non c'è, temo sia inutile predicare certi valori).
Il punto è che la costituzione del '48 (così com'è, le costituzioni mica si aggiornano
come calendari) è un sistema di garanzie che vale anche per quel vuoto e per quella
apertura.
Mi viene in mente la discussione sulla difesa della magistratura e dello stato di diritto
dal berlusconismo che ha attraversato una parte del movimento dopo Genova. Che
c'entriamo noi con lo stato e la magistratura, quante volte ci hanno arrestato e
processato, che dobbiamo difendere della democrazia formale borghese...
C'è da difendere proprio lo stato di diritto, la possibilità di spazio per la
politica e l'esistenza. Per un'altra forma di democrazia, fatta di singolarità più che
di masse, forse; più di auto-rappresentazione che di rappresentanza. Fondata su spazi
pubblici disponibili a una vita da inventare (collettiva però, per gli ipermercati e le
televisioni nei salottini va bene Berlusconi). È una garanzia per l'agibilità politica
delle strade e delle piazze. Per le reti di volontariato e associazionismo, consumo
critico ed economia alternativa. Per la lingua personale e politica che parla dai balconi,
perfino dalle scritte sulle magliette, dagli sms e dalle email.
Perché chi ha diciott'anni possa inventare qualcosa.
Quel pomeriggio di sole, ascoltando i partigiani si sentiva che per loro la costituzione
parlava ancora del presente e del futuro, non del passato e basta. E non solo per gli
articoli programmatici ancora da realizzare (lavoro salute istruzione...): strumenti per
essere liberi e dunque fare società e politica, più che orizzonte finale da
raggiungere una volta per tutte.
È che quando parli della tua vita sei sempre vicino alla vita degli altri, quando
racconti delle tue speranze ascolti e parli alle speranze di tutti.
Secondo me bisognerebbe difenderla così la costituzione. Parlando del futuro, di quello
che potranno fare della loro esistenza (cioè della repubblica) ragazze e ragazzi
di oggi. Di quello che potranno costruire come mondo comune in questo vuoto spettacolare,
prima che lo riempiano i Santi e i Premier.