Direzione didattica di Pavone Canavese

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26.09.2005

Autostrade viola. Che non si può neanche leggere

Ritorno in pullman da gita di classe. Notte, fari, lucine viola interne che non si può nemmeno leggere. E tutti che dormono, ragazze e ragazzi nelle posizioni più strane. Rimbozzolati, accartocciati, ramificati. Qualcuno sussurra. Parla, mi sembra di capire, di un amore non dichiarato, non dichiarabile: forse si gode un po' il ruolo "sfortunato", che tiene tutto l'amore per sé. Io non dovrei ascoltare, è chiaro. Ma poi con ragazze e ragazzi non è mai del tutto chiaro chi, cosa si ascolta. Quali voci. C'è un mare di echi.

Ritorno in pullman da gita di classe. Notte, fari, lucine viola eccetera. Che uno non ci pensa nemmeno a leggere, mica siamo professori. Lei, Milena, dorme sulla tua spalla. È una che fa parte del "gruppo", feste in casa con 13 maschi e due ragazze, lei e un'altra. La conosci da una vita ti sembra - in realtà da pochi anni di scuola; cioè effettivamente da una vita. Però è un'amica e dunque non può esserci altro. Non ci può essere altro?, boh. Certo i tuoi amici ti direbbero, con la Milena?, e tu non sapresti che dire. Però non ti è chiaro il tutto. E sono molte le cose che non ti sono chiare nei rapporti con le ragazze. Certo quando fanno parte del "gruppo" sembrano entrare in una zona strana, fatta di battute e di scherzi, di una confidenza che toglie un po' di imbarazzi (apparentemente) o li sposta, li moltiplica. Come se fossero senza sesso. Amiche. Ma mica sono senza sesso davvero. E poi lei è così dolce. Adesso appoggia la testa alla tua spalla e ti sembra che puoi prenderle una mano, come se niente fosse - questo di fare le cose come se niente fosse è sempre il punto fondamentale; essere sciolti e disinvolti è segno di successo. Però adesso per te non se ne parla proprio di dormire. Sei in uno strano film e non si dorme. Qual è la scena successiva?, non ne hai la minima idea. Qualcosa però devi fare, questo ce l'hai abbastanza chiaro: forse potresti abbassarti un po' e baciarla. Nei film succede così più o meno – ma essere all'altezza dei ruoli maschili del cinema è un gran casino in realtà. Comunque non è chiaro che cosa deve succedere e come. Chi la fa succedere. Quello che sai bene è che quando ci pensi troppo poi le cose vengono fuori stonate, goffe. Non c'è niente che temi di più.

Ma arriva un colpo di scena. Lei ti parla e ti chiede una cosa.

Ma nel tuo film, in una scena così, si parlava? Te l'eri immaginata rigorosamente senza parole, con le cose che succedevano lente, possibilmente lievi.

Milena dice, mi hai preso la mano ma è perché qui l'atmosfera è tutta particolare, giusta: notte lucine viola strada eccetera. Oppure è per amicizia?
Che domanda è? Non hai mezz'ora per rispondere, qualcosa te lo dice, però lo capisci subito che non va bene come domanda. Quella cosa dell'atmosfera languida non ti fa impazzire per niente, almeno non detta così, per quanto sia anche un po' vera; ma non si può dire così' e non sentirsi irrimediabilmente superficiali e stupidi, lì a sfruttare l'atmosfera di una sera, ma va'. Alla fine ti sembra un po' più serio, più profondo e meno banale fare riferimento all'amicizia. Almeno è un sentimento, qualcosa di vero che senti - anche se la realtà adesso è più complicata e l'amicizia non corrisponde gran che a come ti senti, al desiderio di baciarla ad esempio.

Tu comunque rispondi, per amicizia e lei tranquilla dice, allora posso continuare a dormire.

Come uno zot nel diario di B.C. (fumetto, filosofia della vita). Come il serpente spalmato al suolo dalla grassona. Rimani incenerito, senza parole, azzerato - anzi annichilito (da nihil, latino, che dev'essere peggio).

Hai sbagliato risposta. Decisamente. E il discorso è definitivamente chiuso che più chiuso non si potrebbe, non puoi mica chiedere la domanda di riserva come al rischiatutto. Però le risposte erano sbagliate tutt'e due e tu non hai capito che dovevi spostarti, non giocare quel gioco, proporne un altro. Oppure chiedere, prendere tempo. Ma vattelappesca che dovevi dire. Invece non avrai mai più il coraggio di domandare, di avvicinarti, di prendere mani (almeno non le sue): buio nero da lì in poi. Non andrai oltre la famosa amicizia, maledettissima amicizia. Milena è un'amica, un'amica, un'amica. E tu un po' un imbecille.
Quando nelle notti nere ti tornano in mente tutte le cazzate che hai fatto o detto, e si mettono in fila in una lunga catena di spine, quella serata avrà il suo posto.

La ragazza davanti non ha mai dichiarato il suo amore, non ha il coraggio, lui non la vede nemmeno. L'amica le dice, provaci. Io non dovrei ascoltare, lo so. Ma con loro sembra sempre di avere davanti uno specchio, di stare ad ascoltare se stessi, il proprio passato. Che con questi ragazzi intorno finisce che non passa mai. È un po' bello e un po' brutto. Un po' crescere senza invecchiare, un po' invecchiare senza crescere.

Hai comunque "il privilegio dell'età" (vaffanculo), nello specifico hai già fatto la classica cena dei trent'anni dalla maturità – niente male, si sono mantenuti bene i tuoi compagni, cioè sono ancora (ti sembra) inconcludenti e insoddisfatti, com'è in fondo giusto che sia.
Milena c'era. Invecchiata com'è giusto che sia. Bella.
A tavola si è avvicinata, c'era un'atmosfera affettuosa. Di nuovo sempre confidenza, ma nuova cioè antica eccetera. Siccome sei un po' più grande, ti senti più sicuro e hai domandato.
Milena ti ricordi quella sera in autobus, di ritorno dalla gita - l'unica fatta in cinque anni, come può non ricordare. Quando? Quella volta che stavamo accanto e io ti ho preso la mano. Silenzio. Ancora silenzio. Non si ricorda, forse non è stato un grande evento. Tu avevi la testa appoggiata e poi mi hai domandato se era per amicizia. E poi? e poi niente, io ti ho detto di sì, che era per amicizia... ma era un situazione un po' strana, non l'ho capita bene.
Lei ora dice, io mi ricordo benissimo, volevo vedere se ti ricordavi anche tu. E come lo ricordavi.
Io le ho domandato che cosa le era rimasto – domanda incredibilmente idiota perché non era quello che volevo davvero sapere: era una sua versione vagamente colta e matura, un po' letteraria, che mi sembrava ci stesse bene. Imbecille.
Milena però ha detto che le è rimasta come la sensazione che tutto avrebbe potuto essere diverso, le nostre vite il futuro il mondo. Ho pensato subito è vero, figurati se io l'avrei lasciata (come se lei intendesse quello), non ho poi più lasciato nessuno, non sono stato mai capace di lasciare le persone – e neanche di cominciare tutto sommato; ho sempre aspettato che le cose accadessero, come nei film. Qualche volta sono accadute davvero.
Comunque anche lì ho perso l'attimo e non ho avuto il coraggio di domandarle la cosa a cui ho pensato per più di trent'anni. Quale maledettissima risposta dovevo darti. Quale desideravi. Perché mai mi hai fatto quella domanda senza risposte possibili decenti. Non lo sapevi com'ero scemo (e sono) e che non avrei saputo rispondere, né cambiare domanda.
Però anche lei ci ha pensato in questi anni.
Se la ricordava benissimo la stupida scena. E io sono tornato a casa meno solo, come abbracciato nella memoria. Che non è il massimo come abbraccio - sento qualche ragazzo vispo che mi dice. Ma è meglio di niente.
Poi penso che potrei telefonarle – sì, le telefono, alla Milena, neanche morto... Forse le scrivo, una storia di un autobus, da un autobus; una storia di altri adolescenti, come noi. Come noi?, boh. Chi lo sa come sono loro e come siamo noi. Qui è tutto un invecchiare domandando.
Potrebbe essere una pedagogia, zapatista. Nell'attesa di togliersi il passamontagna. Magari alla prossima cena, fra appena dieci anni. Anche i tempi di Marcos sono lenti.

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